di GIAN BATTISTA CERESA
PRIMA EDIZIONE,
2026
NOTA DELL’EDITORE
Colgo l’occasione
del compimento del novantesimo anno di mio papà per stampare un suo bellissimo
racconto, che rimanda alle vicende della Seconda Guerra Mondiale.
Alessandro Ceresa
Fotografia: Milano colpita dai
bombardamenti nel 1943 (copyright free)
SENZA TITOLO
Vicende di famiglia e riflessioni: un intreccio di vita
durante la Seconda Guerra Mondiale.
La guerra, diceva qualche scellerato intellettuale e
storico: è la madre di tutte le cose.
E’ invece la tomba di tutte le buone cose.
Alcuni episodi personali della passata guerra vissuta tra
il 1940 e il 1945, che oggi fanno riflettere.
Nelle incursioni in casa nostra, a Mondovì, le S.S. (Special
Soldaten) non facevano complimenti e una notte non avendo aperto
tempestivamente il portone di casa, lo forzarono a spallate al punto di
stortare e scardinare il catenaccio, che pure era robusto.
Una sera però, prima di cena vennero a ispezionare tutta
la casa dopo che il loro Comando era stato posizionato sulla collina, in una
Villa sotto alla nostra e volevano accertarsi che fossimo buoni vicini ! …..
Nostro padre che era nella Resistenza quella volta ebbe
una sortita amichevole e offrì loro, parlando in francese, che il loro
ufficiale conosceva, del vino e mi mandò in cantina a prenderne una bottiglia
che sturò davanti a loro riempiendo i bicchieri.
Fu talmente ben gradito (cosa abbastanza congenita nei
tedeschi di tutte le epoche), che fecero addirittura una carezza alla sorellina
che piangeva in braccio alla mamma, nonostante non avesse un bell’aspetto,
seppure di soli 4 anni, perché aveva la cosiddetta crosta lattea.
Fu sensazione di tutti noi che anche le S.S. Special
Soldaten, votati a tutte le rappresaglie, torture, persecuzioni proprie della
guerra, erano in fondo uomini lontani da casa costretti a seguire ciecamente
una dottrina nazista certamente più spietata di loro. Così si pensava anche
dopo aver visto bruciare per una settimana intera il paese di Boves, da loro
messo a ferro e fuoco.
Non diventammo certamente “buoni amici” dei membri del
Comando collocato sotto di noi, e una notte sentimmo una raffica di mitra in
fondo al giardino sopra alla loro Villa.
Al mattino trovai il mio gatto che si chiamava “ Lampo ” per via del suo
pelo di colore rosso, crivellato di colpi. Aveva fatto rumore a caccia di topi o uccellini nei cespugli e
le S.S. non avevano esitato a sparare verso quei fruscii, senza preoccuparsi
minimamente di che cosa si trattasse, se di un agguato o di un gatto.
Questo era il clima di guerra.
Rimasi molto turbato dalla morte del gatto “Lampo” e quando i miei fratelli più grandi, con totale incoscienza, mi mandarono a tagliare i sacchi di iuta pieni di sabbia che proteggevano le finestre e gli accessi al loro Comando, sorretto sulle loro spalle arrampicandomi di notte sui muri proprio come un gatto, feci una strage di sacchetti con un coltellaccio e un mucchio di sabbia si sparse a terra, nel massimo silenzio. Portai a casa le tele di grossa iuta che, prontamente tinta in blu da mia mamma servirono per fare a noi qualche indumento molto robusto anche se piuttosto ruvido.
I tedeschi non si accorsero della mia incursione e
incassarono il danno; il giorno dopo ero sulla porta di casa a vedere i
prigionieri italiani della città alta che scendevano uno dietro l’altro, con
carriole piene di sabbia per ricomporre le difese alle finestre della Villa del
Comando nemico.
Nemico mio, perché avevo deciso di dichiarare loro
guerra.
Maturava in me una carica di dispetto verso quei soldati
che mi avevano ucciso il gatto, ma che riuscivo a beffare tagliando i loro
sacchetti di sabbia, oltre che a svitare con incursione di totale incoscienza,
nel loro bagno, entrando da una finestra aperta, le belle lampadine di vetro
blu che tutti tenevano nelle case per via del coprifuoco notturno. Non si
potevano accendere luci che potessero attirare l’attenzione di “Pippo”, così
era chiamato popolarmente il ricognitore aereo degli alleati che sorvolava di
notte la zona per rilevare obiettivi che trasmetteva poi subito ai
cacciabombardieri che arrivavano dopo qualche ora ed erano incursioni pesanti.
Un giorno trovai una scheggia di bomba sopra al mio
letto, finita lì dopo aver rotto i vetri
della finestra della mia cameretta… Un’altra volta, mentre eravamo per strada
in città bassa a Mondovì Breo con la mamma, un’incursione aerea cominciò a
volteggiare sulle case e vidi un bambino che si gettava a terra davanti a noi.
Mia mamma mi disse : <<Guarda che bravo quel bambino che ha imparato a
buttarsi a terra quando ci sono i bombardamenti>>.
Era invece caduto vittima di un colpo, che lo aveva
raggiunto alla schiena e ucciso.
La mia guerra era ormai in atto e preparai un secchio
pieno di acqua appoggiato sopra la porta socchiusa del giardino in modo che,
chi l’avesse aperta per entrare, ricevesse la secchiata d’acqua sulla testa. Le
S.S. entravano di solito da quella parte, ma, fortunatamente per me, quella
volta mio padre si accorse del tranello, disinnescò il secchio di acqua e trovò
rapidamente l’autore, che ero io.
Mi disse severamente che non avevo titolo per dichiarare
guerra all’esercito tedesco.
Non avevo titolo.
Non potevo rivendicare motivi di ingaggio !......
Questa era una guerra mia, di totale incoscienza.
Oggi ripenso alle vittime che morirono per portare in
Italia una Democrazia che mancava da decenni.
Ripenso a quanto visto con i miei occhi: i partigiani
fucilati in Piazza e la ragazza italiana amante dei soldati nazi-fascisti che
si avvicinava per dare loro calci sulla testa quando erano già morti stesi per
terra. Una di quelle ragazze che, a guerra finita, subirono la vendetta, non
cruenta, civile ma efficace, di essere sottoposte alla completa rasatura dei
capelli, cui seguiva il disegno di una croce a svastica sulla teca cranica
completamente pelata, tracciata con un largo pennello intriso di minio,
l’antiruggine di colore rosso vivo. Esse poi giravano sempre con un
fazzolettone sul capo per nascondere l’oltraggio subito.
In piena guerra fummo mandati, io, mia madre e la mia
sorellina, a passare qualche giorno in un paesino che doveva essere tranquillo,
sulle alpi monregalesi.
Era bello e con Antonio, un ragazzo del posto che aiutava
i suoi nel panificio, giocavamo a palla in un prato e anche si faceva il bagno
nelle acque fresche di un fiumicello.
Antonio mi aveva insegnato a prendere le trote con le
mani, perché esse si riparavano nell’ombra sotto ai grossi sassi del fiume e il
metodo funzionava. Antonio, figlio unico, aveva quasi 18 anni e non era stato
richiamato per il servizio militare.
Un giorno ci fu un ”rastrellamento” nel paese, così erano
dette le incursioni improvvise delle S.S., che cercavano spietatamente
disertori o renitenti e partigiani.
Nel prato, Antonio dovette scavare una buca con una vanga
che le SS gli diedero; una buca dove cadde senza essersene accorto, colpito
alla schiena da una raffica dei tedeschi. Morto. Poi le SS diedero a me un
badile per ricoprirlo di terra. Ma piangevo e non riuscivo a fare quanto loro
volevano, allora mi diedero un calcio dicendo rivolti a Antonio: <<Partisan>>
( partigiano ) e finirono il lavoro.
Rimasi vicino a quella buca a piangere e la mamma venne
nel prato a chiamarmi perché aveva cucinato la trota presa da me con le mani.
Raccontammo tutto a mio padre, che cercava di spiegare,
affermando che tutto doveva succedere, tutto era da ricordare, perché la storia
avrebbe dato ragione ai martiri morti per una Democrazia che avrebbe creato uno
Stato al servizio delle persone.
Anche mio fratello maggiore piangeva la morte del
compagno di liceo Nuccio, l’eroe della resistenza, squartato dalle SS che
avevano legato alle sue gambe e alle braccia due cavalli da tiro…
Tutto era per la futura Democrazia, quando il popolo
avrebbe potuto eleggere liberamente, per sempre e ogni volta chi doveva
governare.
La Democrazia avrà titolo, un vero titolo e sarà un onore
storico ricordare anche questi martiri!
Per questo morivano Antonio e gli altri, diceva mio
padre.
Un Presidente, non un Re (che forse il popolo italiano
non volle più a guerra finita), assicurerà che chi deve governare doveva essere
eletto dal popolo.
Per questo lui si batté e con successo per evitare a
livello locale, a guerra finita, la cosiddetta “epurazione” rivolta alla
eliminazione fisica di persone, collaboratori, personaggi e autorità legate al
passato regime non democratico.
Mio padre fece in tempo a vedere il succedersi di molti
governi, ma non tutti…
Gian Battista Ceresa
















































