Ottobre 2010 - Isole del Golfo Persico, appartenenti all'Iran, fotografate dall'aereo partito da Baghdad e diretto a Dubai.
Isola di Farsi, porto militare.
Isola di Kharko
Isola di Lavan
30.04.2026
Alessandro Ceresa
Ottobre 2010 - Isole del Golfo Persico, appartenenti all'Iran, fotografate dall'aereo partito da Baghdad e diretto a Dubai.
Isola di Farsi, porto militare.
Isola di Kharko
Isola di Lavan
30.04.2026
Alessandro Ceresa
Pakistan, agosto 2007 - Il mio itinerario prosegue verso
Peshawar, la mitica città di confine, capoluogo della Nwfp. La strada adesso è
lineare e agevole, affiancata dal verde della vegetazione rigogliosa. Ai bordi
della via, si intravedono gruppi di casupole, che costellano tutta l’area, a macchia
di leopardo. Si sarebbe appreso in seguito che Osama bin Laden si rifugiava
proprio in questa zona.
A un tratto, vedo sulla destra un sito militare. È l’Accademia dell’Aeronautica Militare del Pakistan. Giungiamo a Peshawar dopo pochi minuti. L’abitato si presenta subito per essere pulito e ordinato. Il mio tassista lo percorre per intero. Guardo in alto. Il cielo plumbeo è pieno di rapaci, aquile e falchi, che a migliaia volano sopra la città. Vedo le alture del Khyber Pass, che separa il Pakistan dall’Afghanistan. Tra due giorni sarò a Kabul.
Mi diviene chiaro che tutta la regione è molto controllata
militarmente. Mi aspettavo qualcosa di diverso, siccome Peshawar rappresentava
un avamposto della guerra di resistenza dei mujahiddin contro l’invasione
sovietica in Afghanistan. Probabilmente, è proprio questo il motivo della
notevole militarizzazione. Il forte di Bala Hisar domina il centro e ospita il
quartier generale dei Corpi di Frontiera. Una jeep militare ci sorpassa. Cerco di
fotografarla.
Poi l’autista conclude il giro e riprende il percorso verso Islamabad. Inizia a scendere la notte. Viaggiamo attraversando paesi che presentano abitazioni improvvisate ai bordi della strada. Una continua folla di islamici, vestiti con le classiche tuniche, si affaccia ai lati del tragitto. Giungiamo in hotel e trascorro il resto della serata tra la camera e la hall, apprezzando sempre le belle ragazze e signore pakistane che affollano i party in corso.
25.04.2026
Alessandro Ceresa
Perché è la gente che fa la storia...
Referendum: ha vinto il no. Ha vinto l'Italia onesta, che lavora, che fa fatica, che crede nel giusto. Ha vinto la buona società. Hanno vinto i giovani (ragazze e ragazzi) che credono di potersi costruire un futuro in un'Italia migliore. Hanno perso i politici, i fetenti, i ladri, i disonesti, gli approfittatori, i corrotti, gli sfruttatori, chi non lavora e vive alle spalle degli altri. In diritto, appariva contraddittorio che si potesse giungere a minare la separazione tra i poteri dello Stato (esecutivo, legislativo e giudiziario), con una normativa il cui fine ultimo non era altro se non quello di cercare di mettere al riparo i reati e gli illeciti della casta dei politici (che sono come i maiali di Orwell) dalle inchieste della magistratura, in un sistema che prevede persino un'incomprensibile immunità per i parlamentari. Di fatto, il voto referendario ha posto in evidenza ancora una volta, chiaramente, il distacco della popolazione dalla classe politica. Storicamente, i gravi problemi, soprattutto economici, che attanagliano l'Italia di oggi hanno le proprie origini in 50 anni di politica condotta da governi ladri e incapaci. La stessa politica di Berlusconi si rivelò in grado solo di pensare agli interessi del magnate. Si metta il cuore in pace, Marina B., l'eredità di suo padre è finita, per fortuna. Occorre cambiare pagina, pensare a costruire un futuro diverso per le nuove generazioni.
23.03.2024
Alessandro Ceresa
Iran, dicembre 2007 - Il rientro all’Hotel Enghelab di Teheran è agevole. Faccio il check-in la sera tardi, ma noto subito che c’è qualcosa che non va con la prenotazione. Devo lasciare il mio passaporto alla reception, perché non si riesce a far pervenire il saldo dei pernottamenti e io, allo stesso tempo, ho quasi finito le disponibilità liquide. Passo il giorno seguente a cercare di prelevare dei contanti ai bancomat, ma non è possibile. La questione deve essere risolta.
Provo a contrattare una seconda
prenotazione tramite sito internet con Mr. Sarkhoz, il gestore, ma non accetta.
Incurante dei problemi, nel pomeriggio inoltrato chiedo ancora di essere
accompagnato dal taxi verso Hemmat, il sito strategico di progettazione, produzione
e lancio di missili balistici, in cui vengono sviluppati i vettori per le
testate atomiche.
L’autista è ancora una volta il
mio solito accompagnatore. Salgo a bordo della sua macchina gialla e iniziamo
ad attraversare la città. Il centro di Hemmat è posto all’estrema periferia
orientale. Faccio qualche fotografia durane il tragitto e preparo la telecamera
per filmare il sito. Quando siamo in zona, il tassista mi indica gli impianti:
<<Hemmat>>, grida, con un tono forte e potente, come lo scoppio di
un ordigno.
Accendo la telecamera e inizio le riprese, lungo tutto il perimetro che costeggiamo tramite la prima parte dell’autostrada. Guardo i muri di cinta, costellati da alte torrette esagonali, che nascondono gli immobili atti ad ospitare i diversi settori del programma per le armi non convenzionali: meccanico, elettronico, missilistico ed aerospaziale. Giungiamo alla fine del sito e giriamo la vettura, in prossimità di una piazzola che viene utilizzata per i lanci di missili sperimentali. Torniamo senza problemi in hotel.
Entro nella reception. Ho con me
immagini rarissime dei siti nucleari iraniani. Salgo in camera, ma prima di prendere l’ascensore vedo che il Guardiano della Rivoluzione di stanza nell’albergo scende rapidamente dalla
scala del primo piano… La battaglia è iniziata...
05.03.2026
Alessandro Ceresa
Riconosco subito il tassista che
da un paio di anni mi conduce a Natanz. Si presenta nella hall dell’albergo la
mattina presto. Partiamo dopo il check-out. La strada tra Esfahan e Arak è
agevole, ampia, dritta. Attraversa zone disabitate, in mezzo alle quali, a
tratti, si vedono ancora vecchie attrezzature di aziende che cercano di
produrre quello che possono in un ambiente inospitale. Dico ogni tanto
all’autista di fermarsi, per poter fumare qualche sigaretta. Giungiamo ad Arak
nel primo pomeriggio.
Resto subito impressionato dal
carattere industriale della città. Gli impianti produttivi sono antiquati, ma
si nota una dinamicità tipica di un tessuto economico in funzione. Ci dirigiamo
verso il centro. A un tratto, il tassista si ferma, ai margini di una rotonda.
Lo avevo informato del fatto che mi interessava raggiungere il sito nucleare
posto nella zona. Il mio accompagnatore chiede quindi delle informazioni ad un
altro uomo, in piedi ai lati della propria macchina. Fa freddo, ma alcuni raggi di sole si
dimostrano piacevoli. Fumo ancora una sigaretta. Ho la percezione che nell’area
vi sia un impianto atomico. Ne ho appreso l’esistenza facendo delle ricerche
online, ma la persona che interpelliamo non rilascia alcuna informazione in
merito. C’è, chiaramente, un velo di segretezza che ne cela l’esistenza.
Guardo verso i monti che si ergono oltre la periferia. La mia percezione si rinforza. Avrei appreso in Italia, dall’esame delle immagini satellitari, che anche Arak aveva una propria centrale elettrica, comprendente quattro torri di raffreddamento e quindi in grado di costituire un sito sospetto per la possibilità che potesse implicare tecnologia atomica. Allo stesso modo, ricerche più approfondite mi avrebbero fatto scoprire che nelle vicinanze era attivo anche un sito per il trattamento del plutonio, convincendomi che l’Iran aveva completato tutta la catena per la produzione di bombe atomiche, senza peraltro dichiarare la proliferazione all’Aiea: miniere di estrazione dell’uranio, produzione di esafluoruro di uranio, arricchimento e ottenimento degli isotopi U235 e U238, gestione degli scarti di plutonio derivanti dalle fissioni. Ripartiamo.
05.03.2026
Alessandro Ceresa
Iran, dicembre 2007 – L’hotel che ho scelto a Esfahan è modesto, ma pulito. Giro nelle strade della città. Sono vestito con una tuta, una k-way, guanti e scarpe da ginnastica. Ho il mio coltello a scatto in tasca. La sera, mi dirigo verso il ponte antico che attraversa il fiume Zayandeh Rud, che nasce dai Monti Zagros, ai confini con l'Iraq, attravesando tutto l’Iran centrale. Faccio delle foto e dei video. Di giorno, cammino nel centro abitato. Ho bene in mente i miei obiettivi. Vedo spesso dei militari. Esfahan è sede di una base dell’aviazione, fornita anche di missili balistici.
Fermo un taxi. Dico all’autista
di portarmi verso la periferia, a nord, verso la centrale che ho visto il giorno
prima nei pressi di Gaz. Il tragitto è breve. Indico la direzione corretta al tassista. Vedo una
grande raffineria. È un impianto petrolchimico della maggiore impresa
nazionale. Proseguiamo fino a giungere al sito che mi interessa. Faccio fermare
la macchina. Una serie di grosse torri di raffreddamento si staglia nel cielo. Sono
tipiche degli impianti nucleari. Ne individuo otto. Questa è una centrale per
la produzione di energia elettrica, indubbiamente. Il sospetto che possa essere
un sito nucleare è fondato. Potrebbe produrre come elemento di scarto il plutonio, utilizzabile per ordigni nucleari come l'uranio arricchito. Anche nelle immagini satellitari, il centro è stato
oscurato per molto tempo.
Monto la telecamera sul cavalletto. Inizio a filmare il grandioso impianto che mi si pone davanti. Il campo elettromagnetico è sensibile. Mi sento più leggero, quasi fluttuante, come se mi trovassi sulla luna. Sento l’energia potente che esce dal reattore. Diventa buio. Fotografo tutto. Poi, possiamo rientrare verso l’abitato. Avrei visto, in seguito, una centrale nucleare così grande solo vicino a Znojmo, in Repubblica Ceca (nota come impianto di Dukovanj), in mezzo ai boschi bruciati dalla radioattività. Resto tuttora convinto che il sito di Gaz abbia una centrale termoelettrica che supporta il reattore atomico, per produrre l'energia richiesta dalla fissione dell'uranio.
Il giorno dopo, decido di
raggiungere il sito che si trova nei pressi della stessa città, noto
come Esfahan Nuclear Technology Center. Chiedo alla reception dell’hotel di
chiamare un taxi. Quando l’autista arriva, gli spiego qual è l’obiettivo del
tragitto. Inizialmente, fa finta di non capire. Gli chiarisco meglio che si
tratta del sito nucleare. Riesce a comprendere. Ci mettiamo in auto. La destinazione
è vicina. Non ci sono controlli rilevanti sulla strada. Prendo la telecamera e filmo i caseggiati dell’impianto di ricerca. Proseguiamo
sulla via. Poi gli dico di girare e tornare indietro. Riprendo ancora la parte che
ritengo più rilevante del sito e anche una seconda frazione, probabilmente non individuata
precisamente, ma che ritengo sede di possibili attività atomiche.
Rientriamo in hotel. Il giorno dopo, l’autista di Natanz sarebbe venuto a riprendermi per andare ad Arak.
04.03.2026
Alessandro Ceresa
Esfahan:
Iran, dicembre 2007 – Lo scalo dell’aeroporto Imam Khomeini è vuoto e buio. Il mio aereo è appena arrivato, di notte. Passo i controlli del visto. Percorro le grandi stanze e i corridoi. A un certo punto, vedo due persone ferme nei pressi di una finestra. Sembra che mi stiano aspettando. Potrebbero essere agenti del controspionaggio. Bene, la caccia alla volpe inizia qui. L’anno scorso, la mia irruzione a Natanz era stata sorprendente anche per un sistema di sicurezza come quello dell’Iran. Quest’anno, sono probabilmente atteso. Ho intenzione di raggiungere vari siti nucleari. L’obiettivo mi è stato fornito a Kabul, in Afghanistan, dal contingente dei militari italiani impegnati nella missione Isaf, a cui sono stato aggregato come reporter free-lance nel mese di agosto di quest’anno. L’Iran è la potenza regionale che merita più attenzione, in quanto esprime la propria egemonia ed è fermamente intenzionata a dotarsi di armi atomiche.
Prendo un taxi.
Contratto con l’autista il prezzo del tragitto e partiamo. Vedo un gruppo di
uomini vestiti con delle tuniche bianche. Stranamente, hanno delle scarpe da
ginnastica, che li rendono più agili, veloci e pronti a combattere. Li riconduco
ad al-Qaida. Potrebbero essere mujahiddin impegnati sul fronte iracheno. L’aeroporto
si trova nei pressi della residenza dell’Ayatollah Khamenei. Il tassista me la
indica, avvolta dall’oscurità, con delle luci che mostrano il perimetro e gli
immobili. Proseguiamo verso l’Hotel Enghelab, dove ho prenotato una stanza. L’autostrada
attraversa nella fredda notte la periferia della capitale.
Passo il giorno
seguente a riposare e a passeggiare nelle strade dell’isolato. Non ho portato
con me molti soldi in contanti e mi accorgo subito che c’è qualcosa che non
funziona con la carta di credito. Non riesco a prelevare agli sportelli dei
bancomat. Penso che si possa trattare di una conseguenza delle sanzioni internazionali
elevate nei confronti dell’Iran come punizione per il programma nucleare. Cambio
in Rials qualche centinaio di Euro. La sera, prenoto un taxi per andare a Esfahan la mattina dopo. Dormo tranquillamente nella camera che ho prenotato. E’
comoda e ampia. Alle nove in punto si presenta il tassista e riconosco subito l’uomo
che mi aveva condotto a Natanz l’anno precedente. Anche questa volta ho
intenzione di passare dal sito per l’arricchimento dell’uranio.
Lasciamo la
città di Teheran imboccando l’autostrada che conduce verso Qom. Vedo parecchi
impianti industriali. In questa zona, c’è anche un sito della Kalaye Electric
Company, che produce turbine per l’arricchimento degli isotopi di uranio ed è
segnalata per aver intrapreso un’attività atomica sperimentale. La macchina
corre veloce sull’asfalto, a tratti sconnesso. I cartelli stradali, scritti in
persiano e in inglese, mi permettono di mantenere l’orientamento. Prima di Qom,
ricordo all’autista che dobbiamo passare da Natanz. Comprende subito il mio
obiettivo e prende la strada giusta, che entrambi conosciamo già. Rivedo le
alture della vallata che accoglie il sito. Alcuni lavori di ammodernamento
hanno reso le corsie più agevoli.
Giungiamo a Natanz. Anche l’impianto è stato migliorato. Ho con me una telecamera che permette di scattare persino delle fotografie. Il muro di cinta e le torrette dei militari sono stati rinforzati. Filmo tutto il sito nucleare. Vedo un soldato davanti all’ingresso principale. Ha il viso rovinato da grossi nei, tumori della pelle, che si è probabilmente procurato per colpa della radioattività presente nell’area. L’attività dell’impianto prosegue a pieno regime. Noto un evidente sviluppo di tutte le strutture. Adesso, ho anche i filmati di uno degli obiettivi strategici più importanti di tutto il programma nucleare dell’Iran. Dopo qualche giorno, sarei stato costretto a distruggere i microfilm che avevo estratto dalle cassette mini-DV, ma avrei recuperato infine le immagini satellitari dei siti.
Proseguiamo il tragitto. La mia guida mi chiede se voglio fermarmi nell’abitato di Natanz. Blocchiamo la macchina e fumo una sigaretta all’esterno. Continuiamo il percorso verso Esfahan. L’autostrada taglia il deserto, come una lama di asfalto che si protrae in mezzo alle dune e alla sabbia. Noto che a tratti ci sono dei prati parzialmente coperti di neve. Fa freddo. Talvolta, piccole imprese costellano i bordi della via di comunicazione. Si vedono impianti antiquati. Il tempo di percorrenza fino a Esfahan non è molto. Quando giungiamo nei pressi della città, l’atmosfera cambia. Una pesante coltre di fuliggine appesta l’aria.
Intravedo delle alte ciminiere che propagano l’inquinamento. Guardo i cartelli stradali. Siamo a Gaz. Mi riprometto di controllare da vicino questi siti. Ho visto dei reattori tipici degli impianti nucleari.
01.03.2026
Alessandro Ceresa
Pakistan, agosto 2007 – Le Università della Jihad costituiscono uno dei miei obiettivi. Intendo individuare e raggiungere la Darul Uloom Haqqania Madrasa e l’Università di Dawa al-Jihad. Tra gli autori che mi influenzarono maggiormente, infatti, ci fu Tiziano Terzani. Appresi dell’esistenza degli istituti dal suo libro "Asia". Mi accordo quindi con un tassista per essere condotto ai due siti. Partiamo da Islamabad la mattina presto. Ci dirigiamo verso la North-West Frontier Province (oggi denominata Khyber Pakhtunkhwa). Lasciata la capitale, attraversiamo numerosi villaggi abitati, popolati da povera gente, che vende le proprie mercanzie ai bordi della via.
Il percorso, quindi, giunge fino al confine della provincia. La strada è agevole. A un tratto, un lungo ponte
attraversa il fiume Indo, uno dei grandi fiumi dell’Asia. Il suo corso è
dirompente. Le acque marroni trasportano fango. A volte, la natura si esprime in
modo violento. La corrente furiosa e travolgente dell’Indo mostra tutta la
forza della natura. Spesso, si deve chiaramente riuscire ad interagire con la
natura stessa. Non mi ricordo, in Europa, fiumi così impetuosi come l’Indo.
Il nostro percorso continua fino ad Akora Khattak, dove l’autista
si ferma e mi indica un insieme di immobili bianchi. <<Questa è la
madrasa che cercavi>>. Siamo arrivati. La scuola islamica della Darul
Uloom Haqqania è uno degli storici istituti dell’Islam in Pakistan. Entriamo
con la macchina e parcheggiamo. La torre del minareto domina il complesso. Una grande
parte è destinata ad alloggiare gli studenti. Si sente narrare spesso che la
madrasa era rivolta ad addestrare i mujahiddin islamici durante l’invasione
sovietica in Afghanistan. L’intelligence statunitense, infatti, armava e
reclutava i combattenti per il fronte afgano in questa zona del Pakistan, tra i
Talebani. Il loro stesso leader, il Mullah Omar, aveva studiato all’Haqqania.
Gli inservienti ci vengono incontro. Sono vestiti con lunghe tuniche, bianche o azzurre. Mi accolgono con benevolenza. Vedo alcune stanze. In una segreteria, c’è anche un computer, che probabilmente dispone persino di un allacciamento a internet. Ci riuniamo in una piccola sala, sedendoci sul pavimento. Mi offrono un tè. Preparo la videocamera e inizio ad intervistare il responsabile della struttura. Ho filmato e fotografato anche l’esterno. Pariamo della guerra in Afghanistan. Sono ovviamente interessato alla ricerca di Osama bin Laden. Faccio una domanda precisa in merito alla possibilità che l’attentatore delle Torri Gemelle si possa nascondere nell’area. Ottengo una risposta vaga, riferita al fatto che persino un suo eventuale nascondiglio nella zona sarebbe immediatamente bombardato dagli americani.
Usciamo. Un giovane con la lunga barba si affaccia ad un balcone del dormitorio. Scatto ancora delle foto. Poi, riprendiamo la macchina, ma fermo subito il tassista per filmare ancora dall’esterno l’Università. Sono riprese rarissime. I Talebani, che abitano nella zona, passeggiano lungo la via. Due di loro mi passano a fianco. Li inquadro molto bene con la telecamera. Ripartiamo. Il prossimo target, l’Università di Dawa al-Jihad, è più difficile da raggiungere. Anche l’autista non ne conosce bene la posizione e deve chiedere informazioni. Ci addentriamo nel campo profughi di Jalozia. Gli afgani fuggiti dalla guerra si sono infatti riversati spesso negli Stati adiacenti. Casupole di legno e paglia ospitano una popolazione indigente. Filmo tutto. La stradina si inoltra nell’accampamento.
A un certo punto, un muro di cinta si erge ai margini della
via. Al suo interno, si vede un caseggiato. L’Università di Dawa al-Jiahd,
ovvero del Richiamo alla Lotta, è questa. Fu fondata da Abdul Rasul Sayyaf, uno
dei Signori della Guerra in Afghanistan. Fermiamo la macchina. Proviamo a
bussare. Tre giovani ci aprono la porta. Entriamo. L’immobile è posto in mezzo
ad un’ampia corte. Il perimetro è interamente delimitato dal muro. Compro una
coca-cola da uno dei ragazzi e fumo una sigaretta. Ottengo conferma che l’istituto
è effettivamente l’Università, che formò migliaia di paramilitari e
guerriglieri durante l’invasione sovietica. I giovani imparavano ad usare i
kalashnikov e gli ordigni. Tra gli insegnanti di ingegneria, vi fu anche l’ideatore
(“mastermind”) degli attentati alle Torri Gemelle, Khalid Sheikh Mohammed.
Filmo e fotografo gli interni e gli esterni. Il nostro percorso di ritorno attraverso Jalozia viene interrotto da un uomo vestito con una tunica azzurra. Il tassista mi spiega che è un poliziotto. Devo scendere dalla macchina. Mi siedo su una panchina di legno. Consegno il passaporto e i sedicenti agenti mi fanno attendere un po’ di tempo, durante il quale controllano i documenti. In questa zona e soprattutto dal campo profughi, potrebbe essere passato Osama bin Laden. Possiamo ripartire. Riprendiamo la strada verso Peshawar.
20.02.2026
Alessandro Ceresa
Pakistan, Agosto 2007 – Islamabad è una città con un’urbanizzazione diffusa. Non ci sono palazzi e grattacieli. Le abitazioni si estendono in un’ampia area. Soggiorno al Best Western Hotel, posto in periferia. La camere sono comode, ben tenute. Un ratto girovaga al piano terra. Tiene pulito l’ambiente dagli insetti. Per entrare nel parcheggio dell’hotel c’è un checkpoint con guardie armate, che fermano tutte le auto, controllando con un metal detector che non abbiano ordigni posti sotto il motore. L’aeroporto di Islamabad è uno scalo non troppo moderno, ma da qui partono gli aerei per il mio vero obiettivo, Kabul: finalmente ho trovato il modo di entrare in Afghanistan, dove imperversa tuttora la guerra.
Trascorro alcuni giorni a Islamabad, in attesa del volo. Durante un pomeriggio, raggiungo la Moschea di Faisal, uno dei luoghi sacri dell’Islam. Rimango a guardare la grande architettura della moschea. Filmo e fotografo la struttura. Regna un silenzio rispettoso e osservante della tradizione religiosa. L’area verde circostante dona una sensazione di tranquillità.
Al termine, fermo un taxi e gli chiedo di condurmi alla Moschea Rossa, dove negli scorsi giorni un attentato ha causato morti e feriti, dovuti all’occupazione del sito da parte degli integralisti islamici. I giovani studenti contestavano il Presidente Musharraf. Adesso, la moschea è presidiata dalle forze armate. Soldati e poliziotti sostano dietro filo spinato e barriere di cemento, a fianco dei blindati. Fotografo tutto.
Riesco anche a riprendere il palazzo del Governo. Passo la sera in hotel. A Islamabad, non ci sono locali notturni. Quindi, le persone si ritrovano negli alberghi, per cenare, festeggiare e divertirsi. Osservo le donne pakistane che passano nella hall. Sono belle, con vestiti di seta, avvolte in ampi scialli. Sono molto curate: sandali dorati, manicure, pedicure, make-up ben fatto. Ne fotografo qualcuna. Incrociamo gli sguardi. Enchanté.
06.02.2026
Alessandro Ceresa
C’è una mafia che non è stata ancora colpita a sufficienza da provvedimenti giudiziari: è la mafia del Nord Italia. Purtroppo, non è codificata, ma esiste, da sempre, a memoria, come consorteria mafiosa tipica della società mafiosa italiana, presente in forma autoctona in tutto il Nord del Paese e peraltro analoga ai sodalizi tipici del Sud (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita) e del Centro Italia.
Il fatto, però, che non ci sia stato nessuno, salvo
sporadici casi, che abbia delimitato l’esistenza e l’attività della mafia del
Nord, ha posto la consorteria al riparo da provvedimenti diretti. Vi sono stati
degli episodi in cui alcuni sodalizi sono stati individuati, come per la Mafia
del Brenta, mentre in altre occasioni le indagini si sono fermate alle
infiltrazioni dei gruppi criminali del Sud nelle aree settentrionali, con
incriminazioni che ne hanno riguardato molti esponenti, ma che hanno perso l’opportunità
di evidenziare il tessuto mafioso sottostante.
Si possono menzionare alcuni casi che derivano dalla mia
esperienza. Nelle zone a Sud di Milano, è particolarmente attiva la Banda della
Bassa, che raccoglie i curiosi, quasi primitivi e ignoranti, residenti della
provincia di Pavia. I referenti politici (Cattaneo e Ciocca innanzitutto) si
sono sempre affrettati a stringere alleanze politico-mafiose con i boss della
locale ‘ndrina: altrimenti come mi spiegate che questi politici di bassa leva concordarono
cene e lauti pranzi con i boss mafiosi stessi e rappresentano tuttora il
riferimento di truffatori ed estorsori? E' sufficiente guardare gli atti delle inchieste che li hanno implicati.
La provincia di Sondrio è divisa in mandamenti, ad esempio, come le classiche regioni meridionali. A Livigno, dove sono cresciuto, si sono
susseguiti diversi capomandamenti. Quello vigente adesso è alto un metro e cinquanta
e ha le sembianze di uno gnomo deforme. Prima o poi gli rifilo un fracco di
legnate. Era persino segretario di Forza Italia, partito noto per catalizzare i
voti della mafia, così come la Lega Nord si è diretta a sostenere interessi
esclusivamente mafiosi.
A Milano, il tessuto mafioso si identifica sotto l’ombrello omnicomprensivo
di “Fininvest servizio”, che in virtù della mafiosità di Berlusconi rappresenta
un servizio deviato, che, affiancato dal partito politico, si estende ed opera
in tutta Italia.
Ma se individuare le consorterie mafiose al Nord e al Centro
Italia (regioni che presentano la stessa fattispecie) è così semplice, perché
non vengono perseguite in modo opportuno?
17.01.2026
Alessandro Ceresa
Terzo volume della raccolta di esperimenti di AI, perché si tratta sempre solo di esperimenti, relativa al dilemma fondamentale dell'esistenza di Dio, che ci fa interrogare sul sovrannaturale. Il volume esaurisce quindi tre grandi categorie del cervello (mondo, universo, divino), che un'amica psicologa ha suggerito.
https://drive.google.com/file/d/123-E9kihR5TY96H72TyWcqXxIl3FJzWv/view?usp=sharing
Secondo volume della raccolta di esperimenti di intelligenza artificiale, che dimostra come l'esistenza di altre forme di vita nell'universo non sia impossibile, ovvero sia possibile.
https://drive.google.com/file/d/1iNkYyai8uYXZARuytpYabsHWoKysYHWa/view?usp=sharing
Primo volume di una breve raccolta, che presenta tre tematiche di grande interesse, iniziando con la geopolitica di un mondo multipolare.
https://drive.google.com/file/d/1EEACDdp72zpI9YO9Dpm7lOvGRQLOVdEP/view
Ibiza è una mia base: ho perso il conto di tutte le volte in cui ho visitato l’isola. Concerti, discoteche, mare, ristoranti: ogni volta, Ibiza è un piacere…e ho trovato conferma di quanto sentivo indicare, in merito alla presenza delle Farc colombiane. Adesso, mi è chiaro come le gang latino-americane operino in loco. Era previsto che il traffico di cocaina fosse nelle loro mani. Le Farc costituiscono il primo anello della catena di produzione e distribuzione della coca e sono persino antecedenti alla ‘Ndrangheta.
I narcos hanno scelto Ibiza come uno dei luoghi in cui insediarsi. Mi è finalmente chiaro, dall’esperienza di varie visite, che mi hanno permesso in particolar modo di entrare in contatto con il racket della prostituzione, che funziona più o meno come in alcune zone d’Italia. Cercando in internet i siti di escort di Ibiza, il 90% delle ragazze sono adesso colombiane. Si capisce così tutto il giro di affari instaurato nell’isola dalle Fac colombiane. La prostituzione a Ibiza à cambiata, negli ultimi anni. Non ci sono più locali dedicati, salvo un paio di eccezioni. Le ragazze offrono i propri servizi ricevendo i clienti negli appartamenti.
Il racket è chiaro. Le Farc acquistano a Ibiza immobili residenziali
e attività produttive, riciclando i loro proventi dal traffico di cocaina. Le giovani
pagano gli affitti e alimentano il business. La vendita di coca proveniente dal
Sudamerica, classicamente, è demandata agli altri sodalizi presenti: italiani,
magrebini e, per la bassa manodopera, neri, che aspettano ai margini delle
strade e offrono la droga ai passanti con il solito termine in gergo:
<<Charlie>>. Il tutto nell’ambito di un tessuto produttivo ai cui
vertici ci sono gli spagnoli, che controllano i propri patrimoni e che offrono
investimenti immobiliari a prezzi da capogiro. Negli anni, ho avuto modo anch’io
di frequentare un paio di colombiane.
La prima, in una splendida villa con piscina, posta a poca distanza
da Playa d’en Bossa. Il cancello chiuso, gli uomini con le radioline, le
ragazze che is presentano una dopo l’altra, le camere lussuose, l’uscita
controllata: tutto questo mi ha fatto pensare veramente ad uno scenario
sudamericano. La ragazza, di Bogotà, si è rivelata una gran scopata. Ne ho
conosciuta anche un’altra. Comprando i biglietti per un concerto da un bagarino
di Napoli, gli ho chiesto se non avesse qualche escort. Mi ha indirizzato ad
una giovane che metteva anche gli annunci sui siti specializzati. Ho raggiunto
l’appartamento, posto vicino all’hotel, e ho passato una bella ora di sesso con
la ragazza.
Il resto del mercato della droga di Ibiza presenta pasticche
provenienti dall’Olanda e dalla Svizzera e droghe leggere. Camminando sulla via
parallela al litorale, mi lascio incantare da una bellissima ragazza che fa la
Pr per un bar gestito da italiani. È colombiana anche lei. Che stile, che
tacchi. Mi dice di venire da Milano. Bevo qualcosa nel bar, in compagnia dei
giovani. Adesso, rientrato a Pavia, guardo i siti delle escort presenti in
città. Ecco un’altra colombiana…
27.09.2025
Alessandro Ceresa