Vi fu una convergenza di interessi che permise a Berlusconi di diventare premier durante un ventennio di carriera politica, una commistione di interessenze che compresero servizi deviati, P2 e residui della loggia, politici condannati dalle inchieste di Mani Pulite, mafia. Il magnate delle televisioni, detentore di un gran fetta del quarto potere, fu l'unico premier italiano che ottenne una condanna definitiva, fino al punto in cui oggi molti lo ritengono un pregiudicato, ma collezionò una serie innumerevole di violazioni di leggi, nell'ambito di una vera e propria "carriera criminale". Berlusconi dedicò gran parte della propria politica agli interessi personali e soprattutto alle innovazioni legislative che gli permisero di evitare condanne addizionali. I servizi deviati, le lobby e la mafia, allo stesso tempo, ebbero lo spazio per coltivare in maniera più estesa i propri interessi.
Alessandro Ceresa
Tratti della loggia P2
La Loggia Propaganda 2 (P2)
è stata una loggia massonica coperta, appartenente al Grande Oriente d'Italia
(GOI), trasformata sotto la guida del "Maestro Venerabile" Licio
Gelli in un vero e proprio centro di potere occulto volta all'ingerenza
nelle istituzioni della Repubblica Italiana.
Storia e Scoperte (1966-1981)
Nata nell'Ottocento come loggia
riservata per tutelare la privacy degli affiliati, la P2 venne progressivamente
"segretata" negli anni '70 da Licio Gelli. Tra gli scopi principali
figurava l'attuazione del "Piano di Rinascita Democratica", un
progetto di condizionamento politico, mediatico ed economico dello Stato in
chiave autoritaria e anti-comunista.
La svolta avvenne il 17 marzo
1981: durante una perquisizione ordinata dai giudici milanesi Gherardo
Colombo e Giuliano Turone nella villa di Gelli ad Arezzo e nella fabbrica Giole
di Castiglion Fibocchi, venne rinvenuto l'elenco di 962 affiliati. La
scoperta provocò uno scandalo travolgente che portò alla caduta del governo
Forlani nel maggio 1981. Con la legge n. 17 del 25 gennaio 1982 (nota come legge
Anselmi), le associazioni segrete vennero ufficialmente proibite e la P2 fu
sciolta.
Esponenti più Noti
L'elenco dei 962 nomi comprendeva
figure di primissimo piano dei vertici dello Stato, delle forze armate e della
società civile:
- Politici e Istituzioni: Silvio Berlusconi
(allora imprenditore edile e televisivo), Maurizio Costanzo (giornalista),
conduttori e vertici RAI.
- Militari e Servizi Segreti: I vertici di
tutti i servizi segreti italiani dell'epoca (SISMI e SISDE), tra cui il
generale Giuseppe Santovito e l'ammiraglio Giovanni Torrisi (Capo di Stato
Maggiore della Difesa).
- Finanza ed Economia: Roberto Calvi
(presidente del Banco Ambrosiano) e Michele Sindona (finanziere legato a
Cosa Nostra e allo IOR), oltre a numerosi dirigenti di banche pubbliche e
private.
- Magistratura e Forze dell'Ordine: Alti
magistrati, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
Condanne e Vicende Giudiziarie
Contrariamente a quanto spesso si
pensa, la semplice appartenenza alla P2 non portò a condanne penali dirette per
"associazione eversiva", in quanto l'inchiesta giudiziaria principale
si concluse con l'assoluzione per quel reato specifico. Tuttavia, le indagini
sugli attentati e sui crac finanziari collegati alla loggia portarono a pesanti
condanne definitive:
|
Imputato / Ambito |
Reato / Inchiesta |
Condanna / Esito |
|
Licio Gelli |
Depistaggio delle indagini
sulla Strage di Bologna (1980) |
Condannato in via definitiva a 10
anni |
|
Licio Gelli |
Bancarotta fraudolenta per il Crac
del Banco Ambrosiano |
Condannato in via definitiva a 12
anni |
|
Pietro Musumeci e Giuseppe
Belmonte (SISMI) |
Depistaggio della Strage di
Bologna per conto della P2 |
Condannati rispettivamente a 8
anni e 5 mesi e 5 anni e 11 mesi |
|
Roberto Calvi |
Reati finanziari e bancarotta
(Banco Ambrosiano) |
Trovato impiccato a Londra nel
1982 sotto il ponte dei Frati Neri (omicidio rimasto senza colpevoli) |
|
Michele Sindona |
Omicidio dell'avvocato Giorgio
Ambrosoli |
Condannato all'ergastolo (morto
in carcere nel 1986 per avvelenamento da cianuro) |
In sede parlamentare, la
Commissione d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi definì la P2 come
un'«organizzazione eversiva e una vera e propria minaccia per la vita
democratica del Paese».
Il Memoriale di Aldo Moro: un esame
L’esame
del Memoriale di Aldo Moro porta ad una conclusione metodologicamente corretta:
sulle stragi il documento è esplicito e molto accusatorio; sulla P2, invece,
non offre un giudizio espresso, ma solo un contesto di critica generale ai
poteri occulti e ai meccanismi segreti del sistema politico-istituzionale.
Dall’esame
del testo allegato emerge che Aldo Moro formula giudizi molto netti su Giulio
Andreotti, sulla strategia della tensione e su Francesco Cossiga;
invece, con riferimento specifico a Loggia P2 e Gladio, nel testo
non compare una trattazione esplicita e nominativa. Per correttezza
filologica, quindi, occorre distinguere tra:
●
opinioni espresse in modo diretto e nominativo;
●
allusioni o ricostruzioni indirette;
●
temi non espressamente trattati nel documento-
1. Giulio Andreotti
Su
Giulio Andreotti il giudizio di Moro è tra i più duri dell’intero
memoriale. Il testo lo descrive come uomo politico dotato di grande abilità
tattica, ma privo di autentico spessore umano e morale. Moro gli attribuisce
una linea di condotta fredda, calcolatrice, ambigua e legata a rapporti opachi
con ambienti finanziari e di potere.
I
principali nuclei del giudizio sono questi:
●
freddezza e cinismo politico: Moro lo descrive come il principale
regista della “linea dura” durante il sequestro, insistendo sulla sua
indifferenza verso la vita umana e verso la sorte della famiglia Moro;
●
abilità manovriera: ne riconosce la capacità di muoversi nel sistema di
potere, di controllare equilibri e uomini, ma in termini fortemente critici,
come espressione di trasformismo e di gestione spregiudicata del potere;
●
rapporti con Sindona e Barone: Moro richiama più volte l’amicizia di
Andreotti con Michele Sindona e con Barone, richiamando episodi ritenuti
sintomatici di intrecci fra politica, finanza e nomine bancarie;
●
ruolo nei servizi e nei rapporti internazionali: lo presenta come
figura con forti legami con ambienti americani e con una lunga influenza sui
servizi, tale da renderlo centrale in molte vicende opache del periodo.
In
sintesi, nelle memorie allegate, Andreotti è rappresentato da Moro come il
simbolo di un potere opaco, spregiudicato e moralmente impoverito, più
interessato alla tenuta del sistema che alla verità o alla persona.
2. Le stragi e
Piazza Fontana
Questo
è uno dei punti su cui il testo è più rilevante. Moro collega più volte Piazza
Fontana e le altre stragi alla cosiddetta “strategia della tensione”,
che egli considera un disegno politico volto a destabilizzare il Paese per
ricondurlo a un assetto più conservatore e autoritario.
Moro
afferma di non avere mai creduto alla pista anarchica e di avere invece
ritenuto, già allora, che i fatti di Piazza Fontana avessero “chiara matrice
di destra”. Secondo il testo, lo scopo era:
●
diffondere terrore indiscriminato;
●
bloccare gli sviluppi politici successivi al 1968 e all’“autunno
caldo”;
●
riportare il Paese verso una gestione moderata del potere.
Questa
è una delle affermazioni più nette del memoriale: Moro lega dunque le stragi
non a episodi isolati, ma a un progetto politico di regressione democratica.
Moro
ricorda di aver appreso la notizia di Piazza Fontana mentre si trovava a
Parigi e di aver immediatamente percepito la gravità eccezionale dell’evento.
Afferma poi che le prime informazioni che gli vennero trasmesse, orientate
verso la “pista rossa” o anarchica, non lo convinsero affatto; precisa anzi di
avere ritenuto sin dall’inizio che l’ipotesi plausibile fosse quella della matrice
nera.
Nel
documento egli sottolinea inoltre:
●
l’esistenza di depistaggi e di costruzioni investigative non
persuasive;
●
il sospetto di connivenze o indulgenze di apparati dello Stato;
●
il possibile coinvolgimento o favoreggiamento di servizi italiani e
stranieri.
Moro
non formula una accusa giudiziaria definitiva, ma parla in termini molto
pesanti di:
●
connivenze e indulgenze di
organi dello Stato;
●
forte sospetto verso alcuni settori del SID;
●
infiltrazione di elementi di destra e neofascisti negli apparati
informativi;
●
possibile ruolo di servizi o interessi esteri accanto a quelli
italiani.
Per
Moro, dunque, la stagione delle stragi non fu solo frutto dell’estremismo nero,
ma anche di un contesto di coperture, tolleranze, manipolazioni e possibili
interferenze internazionali.
La
conclusione che emerge dal memoriale è molto chiara: le stragi fanno parte di
una strategia della tensione concepita per produrre paura collettiva,
frenare l’evoluzione democratica e favorire una restaurazione dell’ordine in
senso conservatore. Moro riconosce che tale strategia non raggiunse pienamente
i suoi obiettivi, ma la considera un periodo di autentica e altissima
pericolosità per la democrazia italiana.
3. La Loggia P2
Su
questo punto occorre la massima precisione: nel testo allegato non compare
una trattazione esplicita della “Loggia P2” né un giudizio nominativo diretto
su di essa.
Questo
significa che, limitandosi rigorosamente al documento allegato, non si può
attribuire ad Aldo Moro una opinione espressa in forma diretta sulla P2.
Tuttavia,
nel memoriale compaiono diversi elementi che, sul piano del contenuto politico
generale, risultano compatibili con una critica ai circuiti occulti di
potere, e cioè:
●
la denuncia di intrecci fra politica, finanza, apparati e servizi;
●
il riferimento a centri di potere e diramazioni segrete connessi
ai ministeri della Difesa e dell’Interno;
●
il sospetto di collegamenti opachi tra apparati dello Stato, ambienti
eversivi e influenze estere;
●
la critica a un sistema di potere fondato su opacità, clientele,
coperture e gestione riservata delle informazioni.
Ma
questi passaggi, per quanto politicamente rilevanti, non autorizzano a dire
che Moro nel testo allegato esprima una opinione specifica sulla P2. La
formula corretta è quindi:
●
nessuna opinione espressa in modo nominativo sulla P2 nel documento;
●
presenza di una critica generale ai poteri occulti e ai meccanismi
segreti dello Stato e del sottopotere.
4. Gladio
Anche
qui il dato testuale è netto: nel memoriale allegato non compare il termine
“Gladio” e non vi è una trattazione esplicita dell’organizzazione con questo
nome.
Vi
sono però riflessioni su temi vicini, soprattutto quando Moro discute:
●
la NATO e l’eventuale evoluzione verso attività di controguerriglia;
●
forme di collaborazione intereuropea in materia di
antiguerriglia;
●
la presenza americana e tedesca nei settori dell’intelligence e della
sicurezza;
●
strutture riservate o specializzate che potrebbero trovarsi “di là del
confine”.
Anche
in questo caso, però, il metodo corretto impone di non sovrapporre queste
considerazioni al tema Gladio in modo automatico. Dal solo testo allegato si
può dire che:
●
Moro riflette su apparati di sicurezza, cooperazione antiterrorismo
e intelligence atlantica;
●
non esprime però una opinione esplicita e nominativa su Gladio.
5. Francesco
Cossiga
Su
Francesco Cossiga il giudizio di Moro è critico ma più articolato di
quello formulato verso Andreotti. Moro ne riconosce intelligenza, cultura,
vivacità e capacità politica, ma ritiene che, nella vicenda del sequestro,
Cossiga abbia assunto una posizione non autonoma e profondamente sbagliata.
I
punti principali sono:
●
Cossiga è descritto come uomo politicamente brillante, riformatore
coraggioso, con forte peso nel partito e nelle istituzioni;
●
Moro ritiene però che, nella sua gestione del sequestro, egli sia
apparso “fuori posto”, quasi “ipnotizzato”, cioè incapace di
esprimere una propria linea davvero meditata;
●
secondo Moro, Cossiga avrebbe subito soprattutto una suggestione
politica proveniente da Berlinguer, e in misura anche da Andreotti,
aderendo così alla linea dura più per pressione che per autentica convinzione;
●
Moro gli rimprovera inoltre, in altre lettere, una triplice
responsabilità: protezione insufficiente, rifiuto della trattativa
e politica repressiva inconcludente che avrebbe aggravato la situazione.
Il
giudizio finale, quindi, non è quello di un semplice avversario: Moro considera
Cossiga una figura di valore, ma nella prova decisiva lo ritiene condizionato,
non autonomo e responsabile di una scelta sbagliata e destinata a pesargli a
lungo.
Implicazioni
pratiche
Ai
fini di una ricostruzione storica rigorosa del solo documento allegato, deve
risultare quanto segue:
|
Tema |
Esito
dell’analisi del testo |
|
Giulio
Andreotti |
Giudizio
diretto, molto duro, esplicitamente formulato |
|
Stragi
/ Piazza Fontana |
Tema
ampiamente trattato; Moro propende chiaramente per la matrice nera e per la
strategia della tensione |
|
Loggia
P2 |
Nessuna
trattazione nominativa esplicita nel testo |
|
Gladio |
Nessuna
trattazione nominativa esplicita nel testo |
|
Francesco
Cossiga |
Giudizio
diretto, critico ma articolato |
Con
particolare attenzione ai due temi richiesti:
●
stragi e Piazza Fontana: il
documento consente una ricostruzione precisa e forte del pensiero di Moro;
●
P2: il documento non consente
una attribuzione diretta, ma solo di rilevare una critica generale ai poteri
occulti, ai servizi deviati e agli intrecci opachi tra apparati e politica.
Conclusioni
Nel
testo allegato Aldo Moro:
●
esprime verso Andreotti un giudizio estremamente severo,
incentrato su cinismo politico, opacità e gestione spregiudicata del potere;
●
considera le stragi, e in particolare Piazza Fontana,
come parte di una strategia della tensione a matrice prevalentemente
nera, favorita da depistaggi, connivenze di apparati e possibili interferenze
esterne;
●
formula su Cossiga un giudizio critico ma non univocamente
demolitorio, riconoscendogli qualità personali ma imputandogli, nella crisi,
mancanza di autonomia e grave errore politico;
●
non tratta in modo esplicito la P2 e non nomina Gladio, sicché su questi due punti il testo non
consente di attribuirgli opinioni dirette nominative.
Principi e metriche della revisione di sostenibilità
I principi della revisione delle rendicontazioni di sostenibilità e le relative metriche.
https://drive.google.com/file/d/16_KXLHrHF64jC3AZfhoGBD8_OwHQoCBk/view?usp=sharing
Storie di mafia - Conferma di Sergei Mikhailov come esponente di vertice della mafia russa
Sergei Anatolyevich Mikhailov, leader del sodalizio criminale Solntsevskaya Bratva, secondo indicazioni raccolte di recente, si conferma l'esponente di vertice della mafia russa. Allo stesso tempo, destano attenzione gli ucraini, che dimostrano di essere dei deviati.
Storie di mafia - La Spagna, la seconda società mafiosa d'Europa
Pagina politica - Lettera ipotetica a Mario Monti
Egr. Prof. Mario Monti,
Le scrivo un’ipotetica lettera informale, dopo aver appreso la sintesi del dibattito che l’ha vista in contrapposizione al Gen. Vannacci nell’ambito del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Ovviamente, Lei si è espresso dall’alto della Sua grande posizione di esperto economista e di tecnico, apprezzato a livello nazionale e internazionale.
Roberto Vannacci, d’altronde, non è un parvenu. E’ stato invitato a Cernobbio per il ruolo rilevante che sta assumendo nella politica italiana. E questo non è da poco, anzi, è persino difficile, ma il percorso che ha scelto è ambizioso. Allo stesso tempo, dopo lo schifo sostanzialmente mostrato dalla politica negli ultimi 50 anni, occorre un cambiamento sostanziale.
Personalmente, apprezzo alcuni politici e ne disprezzo molti. Appresi molto, in passato, ad esempio, dalle idee e dai contatti avuti con Olivier Blanchard (già capo-economista del Fondo Monetario Internazionale e collaboratore del Premio Nobel Franco Modigliani al Massachusetts Institute of Technology – MIT) e Carlo Cottarelli (Direttore del Dipartimento Affari Fiscali del FMI e Commissario alla Spending Review in Italia). Di fronte ad una situazione economica, in Italia, che desta sgomento per i gravi problemi che affliggono, in ultimo, la popolazione stessa, ritengo che Vannacci, oltre a cavalcare il facile argomento, molto propagandistico della “tolleranza zero” nei confronti del problema sociale innescato dall’immigrazione (che porta voti persino a quel beota di Salvini), si debba concentrare sulla politica economica e su quella industriale, affrontando tutte le inefficienze del mercato e del sistema-Paese e avendo un riguardo particolare per le fasce meno abbienti, che ormai comprendono molte famiglie, poste davanti a prezzi al consumo spesso insostenibili.
Finita l’era del Gatt, in termini di geopolitica economica, con il ritorno ai dazi voluto fortemente da Trump, la politica economica nazionalista, anche per gli Stati dell’Europa Unita, può avere un’accezione difensiva. E’ mia opinione che il movimento di Vannacci stesso debba obbligatoriamente fornire un’attenzione particolare anche al Sud, in termini di sviluppo (sostenibile), lavoro, redditi, utilizzo integrale delle agevolazioni. In passato, la politica liberale vantata da Berlusconi, ad esempio, era tale solo in teoria, ma in realtà si traduceva nel perseguimento esclusivo degli sporchi interessi del magnate (gli esempi sono innumerevoli). Roberto Vannacci e Giorgia Meloni rimangono gli unici punti di riferimento per la Destra (non divago in merito alla Sinistra). Giorgetti si è rivelato mediocre, con interventi che hanno “rappezzato” le situazioni manifestatesi negli anni, senza un programma chiaro, preciso e non propagandistico. Forza Italia è l’esempio dello “schifo della politica”. Quindi: Vannacci sì, può essere destinatario di fiducia elettorale, ma con riserva (i servizi deviati, che, oltre a tutti, lo sostengono, ci stanno infastidendo e meritano risposte dure).
Con stima
06.09.2026
Alessandro Ceresa
Frammenti di Guerra – E’ morto Ratko Mladic
Il Generale Ratko Mladic, comandante delle truppe serbo-bosniache durante la Guerra in Bosnia, è morto oggi all’età di 84 anni. Mladic stava scontando una condanna all’ergastolo in carcere, a L’Aia, dopo la sentenza emessa dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’ex-Jugoslavia ed era gravemente malato. Avevo visto lo stesso Ratko Mladic e Radovan Karadzic, in due occasioni, sfilare davanti alla Giustizia, nell’aula che stava determinando le loro sentenze, entrambe culminate con il carcere a vita per i gravi crimini commessi durante la guerra che dilaniò i Balcani dopo la fine della Guerra Fredda. Mladic, ritenuto responsabile di numerose effrazioni del diritto internazionale, aveva condotto il Genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Era la persona con il maggiore grado militare, ai vertici della Vrs, sottoposto solo a Karadzic, Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.
Raggiunsi la Serbia per la prima
volta all’inizio di giugno 2008. Quando attraversai il confine, mi trovai
subito oltrecortina. Le stesse frequenze del cellulare dipendevano da Telecom
Serbia, che a sua volta dipendeva, in termini di onde radio, dalla Russia, cioè
dall’ex-Kgb, in virtù dell’eredità derivante dall’appartenenza al blocco sovietico,
che era stata mantenuta anche dopo le ostilità che avevano diviso i vari Stati
dell’ex-Jugoslavia. Aprire il confine della Serbia era un passo importante. Trascorsi
alcuni giorni a Belgrado. Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. La gente
parlava di Karadzic e di Mladic, entrambi ricercati. Mi divenne chiaro come i
criminali di guerra, nei cui confronti erano stati emessi dei mandati di
cattura, si stessero rifugiando in Serbia. Preparai degli accurati reportages, riguardanti anche le patologie derivanti dai residui dell'uranio impoverito degli ordigni della Nato, utilizzati per colpire obiettivi strategici a Belgrado.
Intervistai un’alta rappresentante dell’Ambasciata Serba in Italia al mio
rientro. La Serbia voleva avvicinarsi all’Unione Europea. Karadzic fu arrestato
dopo poche settimane.
Tornai e ritornai così tante
volte in Serbia negli anni seguenti, sulle tracce di Ratko Mladic. In un’occasione,
ebbi l’opportunità di incontrare anche suo figlio Darko. Ero stato a Valjevo, per
parlare con i dirigenti di un’azienda accusata di finanziare la latitanza di
Ratko tramite la Impact d.o.o., piccola impresa di informatica che aveva sede a
Belgrado, in Blagoja Parovica 117A. Raggiunsi l’immobile. L’ufficio era al
piano terra. Gli altri due piani avevano destinazione residenziale. Si presentò
un ragazzo alto, magro. Gli chiesi se potevo incontrare Darko Mladic. Disse che
non c’era. Ripartì. Appresi dopo pochi giorni dalle fotografie visibili in
internet che Darko era proprio lui. D’altra parte, avevo trovato la residenza
della famiglia Mladic a Belgrado.
In un’altra occasione, d’inverno,
decisi di svolgere un appostamento presso la stessa casa. Avevo freddo. La
temperatura era sotto zero e i marciapiedi erano colmi di neve. Scattai molte
fotografie e registrai delle riprese con la telecamera. Rimasi lì, davanti allo
stabile, per un paio d’ore, fumando qualche sigaretta. Ebbi la fortuna, quel
giorno, di incontrare anche Bosiljka Mladic, moglie di Ratko. La signora Mladic
mi passò a fianco, uscita per qualche commissione. Poco dopo, un vecchio alla
guida di una Lada Niva color verde, mi sfiorò quasi con lo specchietto. Non riuscì
a vederne il viso, ma solo i capelli bianchi della nuca.
In seguito, riuscì persino a
fotografare Bosiljka, affacciata al balcone in una giornata estiva. Altre indagini
che condussi riguardarono i diversi nascondigli che Ratko aveva utilizzato a
Belgrado, posti in immobili popolari, in quartieri periferici della città, che
imparai a conoscere bene, come il resto della Serbia, spesso attraversata in
taxi o con gli autobus di Eurolines. Frequentai spesso l’Hotel Intercontinental
di Belgrado, dove era andato in scena l’attentato ad Arkan.
A Novi Sad, individuai l’abitazione di Goran Hadzic, ricercato allo stesso modo dalla giustizia internazionale, catturato, condannato a L’Aia e morto in detenzione.
Ebbi persino un diverbio
con i familiari di Hadzic, in cui intervennero il loro avvocato e la polizia. C’erano
delle taglie consistenti sulle teste di Mladic e Hadzic. Quest’ultimo era il Presidente
della Repubblica Serba di Krajina. In tribunale, all’Icty, si era mostrato particolarmente
polemico. Vukovar, in Croazia, era un ammasso di case distrutte dalla guerra.
Mi trovai sempre bene in Serbia. Siccome
sono di etnia bianca, la gente mi ha sempre accolto bene. La Serbia è uno Stato
di polizia: non c’è delinquenza particolare. I serbi sono probabilmente frutto
di una selezione della razza condotta nei secoli: alti, atletici, con i
lineamenti tipicamente europei, il che fa comprendere la loro intenzione di
entrare nell’Ue. Il nazionalismo, d’altra parte, è molto sentito. Mladic era
considerato un eroe nazionale. Le manifestazioni dei nazionalisti sono
frequenti. Filmai anche l’Ambasciata degli Stati Uniti, dove i nazionalisti
stessi avevano ucciso un americano durante alcuni scontri.
Ratko Mladic fu arrestato nel
2011 a Lazarevo e condotto in prigione a Belgrado, prima dell’estradizione in
Olanda. In Bosnia, altro Stato che conosco perfettamente, raggiunsi anche Han
Pijesak, quartier generale di Mladic durante il conflitto, obiettivo dei
missili della Nato nell’ambito dell’intervento occidentale, segnalato per la
presenza di uranio impoverito. La morte di Ratko Mladic rimanda alla memoria di
molti.
27.08.2026
Alessandro Ceresa
Storie di mafia - Palermo
Palermo, luglio 2026 – Ancora una volta a Palermo… Ormai sto imparando a conoscere la città. Mi sono note molte strade. Sono accolto bene dalla società. I siciliani hanno un’educazione e un pensiero raffinati, per cui si presentano spesso in posizioni di vertice, in Italia. Passo a fianco del carcere dell’Ucciardone, spesso. E’ top comfort. Ceno volentieri in Via Maqueda, diventata un atelier cittadino. Vado in spiaggia a Mombello, diventata un’area bellissima, curata.
La povertà, a Palermo, si vede, talvolta. Gente che non arriva a fine mese, gente senza lavoro, uomini con le facce stanche, tirate, abbruttite da una vita più dura… Non manca mai la gentilezza, però, nei loro modi di fare. Duri, ma gentili. A Pagliarelli ho capito che l’eroina qui è ancora un problema. Altri problemi seri riguardano la sanità, che dovrebbe essere gestita da enti pubblici che hanno fatto qualcosa di buono, ma non sono stati in grado di risolvere tutto.
La mafia c’è, lo sappiamo: qui, come al Nord, la società è
sostanzialmente mafiosa. Non c’è nulla di nuovo. Solo che la mafia del Nord non è
categorizzata, altrimenti dovrebbero finire in galera tutti questi papponi che
si sono arricchiti con metodi mafiosi. Penso alla 'ndrina di Pavia: i nomi dei vertici sono noti (Cattaneo, Ciocca, Neri, Scotti). E’ vero che i siciliani, appartenenti a
Cosa Nostra, finanziarono Berlusconi in vari modi, ma adesso si lamentano
diffusamente del fatto che, di fronte a tanti utili del gruppo Fininvest, la
restituzione degli investimenti è scarsa. Berlusconi diventò il capomafia più
influente d’Italia.
Mi ricordo quando, tanti anni fa, sono stato aggredito su un autobus dopo essere stato alla Favarella, dove si tenevano le riunioni della storica Cupola. Due uomini, vestiti con delle giacche da motociclisti, mi hanno intercettato sull’autobus: uno mi ha riempito di pugni, mentre l’altro mi teneva, dicendomi <<esci la cassettina>>. Volevano il DV con le riprese. Avevo filmato le proprietà dei boss. Ovviamente, c'era una sentinella che ha attivato i due soldati...
Li ho fregati, chiaramente. Ho tenuto la scheda con le fotografie. Con il DV in mano, sono scesi. L’autista non ha fatto nessun cenno. Quando sono arrivato alla stazione, c’era un poliziotto, probabilmente con una delle divise false che si vendono poco più in là. Però, avevo ancora le fotografie. Il mondo è dei furbi, non dei coglioni.
Ci sono 45 gradi, adesso, anche di notte. Faccio un salto da Ganci, al porto. Compro qualcosa da bere. Però è bellissimo vivere in Italia, conoscere la gente, i luoghi, le culture. L’Italia è un Paese unico. C’è tanta gente pulita. La feccia è relegata nei ghetti.
24.08.2026
Alessandro Ceresa
L'ARCHITETTURA ESTETICA: PRINCIPIO PER LA RINASCITA
"La bellezza non è un lusso, ma una necessità dello spirito umano. Un edificio che ignora l'estetica è un'offesa al paesaggio e alla dignità di chi lo abita."
Il
Tramonto della Bellezza e l'Era degli Orrori
Il
ventesimo e il ventunesimo secolo hanno assistito a una progressiva e
allarmante scissione tra l'arte dell'edificare e il concetto di bellezza. Sotto
l'egida di un funzionalismo estremo e, ancor peggio, della speculazione
edilizia, le nostre città hanno subìto traumi profondi. Intere aree urbane, un
tempo caratterizzate da un'armonia organica, sono state sventrate o soffocate
da "orrori": blocchi di cemento senz'anima, periferie alienanti, e
cattedrali del consumismo prive di qualsiasi identità culturale.
Questa
deriva ha trasformato l'architettura da arte al servizio della collettività a
mero strumento di massimizzazione del profitto e di stoccaggio umano. L'errore
fondamentale è stato credere che l'utilità potesse prescindere dall'armonia.
Abbiamo costruito macchine per abitare, dimenticando che l'essere umano non è
un ingranaggio, ma un'entità complessa che si nutre di simboli, proporzioni e
luce. L'Architettura Estetica nasce oggi come risposta imperativa a
questa crisi: non un nostalgico ritorno al passato, ma un nuovo principio guida
che ricolloca la bellezza al centro dell'atto costruttivo, riconoscendola come
funzione primaria e non come surplus decorativo.
Oltre
il Funzionalismo: Il Costo Psicologico del Brutto
Per
comprendere effettivamente l’indispensabilità dell'Architettura Estetica,
dobbiamo prima analizzare i danni causati dal suo opposto. La
neuroarchitettura, una disciplina emergente che studia l'impatto dell'ambiente
costruito sul cervello umano, ha ampiamente dimostrato ciò che l'intuizione
suggeriva da secoli: gli spazi brutti, oppressivi e disarmonici generano
stress, alienazione e persino aggressività.
I
casermoni grigi, le facciate cieche e i quartieri dormitorio privi di centri
aggregativi estetici comunicano un messaggio di abbandono. Quando lo spazio
pubblico è trascurato e architettonicamente violento, si innesca la teoria
delle "finestre rotte": il degrado fisico chiama il degrado sociale.
L'urbanistica degli scempi ha reciso il legame emotivo tra il cittadino e il
suo habitat. L'Architettura Estetica si pone l'obiettivo di sanare questa
frattura, partendo dall'assunto che la forma è sostanza. Un edificio non
deve solo "funzionare" dal punto di vista termico o statico, ma deve
funzionare psicologicamente, elevando lo spirito di chi lo osserva e di chi lo
attraversa.
I
Tre Pilastri dell'Architettura Estetica
Affinché
l'Architettura Estetica non rimanga un concetto astratto, deve fondarsi su
principi compositivi e progettuali rigorosi, che si discostino radicalmente
dalle pratiche predatorie del recente passato.
1.
Il Rispetto del Genius Loci
(L'Anima del Luogo):
Nessun
edificio estetico può essere concepito come un'astronave calata dall'alto. Ogni
progetto deve dialogare intimamente con il contesto storico, geografico e
culturale in cui si inserisce. Questo non significa mimesi o falso storico, ma
reinterpretazione consapevole. I materiali, i colori e le volumetrie devono
accordarsi con il paesaggio circostante, creando una continuità visiva che
rispetti la memoria del luogo.
2.
Proporzione e Scala Umana:
L'architettura
degli scempi ha spesso peccato di hybris, imponendo scale monumentali e
disumane per intimidire o impressionare. L'Architettura Estetica recupera il
valore delle proporzioni auree (dove il rapporto $\Phi \approx 1.618$ torna a
guidare l'armonia degli spazi) e la scala umana. Gli edifici devono
abbracciare, non schiacciare. Le piazze, i portici e le strade devono essere
dimensionati per favorire il passo e lo sguardo dell'uomo, non solo il transito
dei veicoli.
3.
Materialità e Invecchiamento
Nobile:
Mentre
i materiali industriali scadenti si degradano miseramente, coprendosi di
macchie e crepe, l'Architettura Estetica sceglie materiali (pietra, legno,
cotto, ma anche cementi e metalli trattati con sapienza) che sappiano
invecchiare, acquisendo una patina che li renda più affascinanti col
tempo. La durabilità estetica è il primo passo verso la vera sostenibilità.
L'Estetica
come Bene Comune e Diritto Democratico
Una
delle critiche più frequenti mosse alla ricerca del bello è l'accusa di
elitarismo: si pensa che la bellezza sia un lusso riservato ai quartieri
ricchi. L'Architettura Estetica ribalta questo paradigma: la bellezza è un
diritto democratico fondamentale.
Riservare
l'estetica solo a ville private o musei, condannando le classi meno abbienti a
vivere nel brutto, è una forma di violenza sociale. Le periferie, più di ogni
altra zona, necessitano di interventi di agopuntura urbana basati su questo
nuovo principio. Un edificio pubblico bello, una scuola luminosa e ben
proporzionata, una piazza curata nei dettagli, comunicano ai cittadini un
messaggio potente: voi valete. L'architettura diventa così uno strumento
di equità. Creare quartieri esteticamente appaganti significa generare orgoglio
civico, senso di appartenenza e cura per il bene comune. La spesa per
l'estetica non è uno spreco economico, ma il miglior investimento per la pace
sociale e la coesione di una comunità.
Conclusione
– Verso un Rinascimento Costruttivo
L'implementazione
dell'Architettura Estetica richiede una rivoluzione culturale che coinvolga
tutti gli attori della società civile. Non possiamo più delegare la forma delle
nostre città esclusivamente a logiche di mercato o a calcoli di cubatura.
●
Agli Architetti
è richiesto un atto di umiltà e di coraggio: abbandonare il narcisismo della
"firma" e della provocazione fine a se stessa, per tornare a essere
sarti del paesaggio, capaci di cucire strappi e generare armonia.
●
Ai Legislatori e agli
Amministratori è richiesto di riformare i regolamenti edilizi. Non basta più
normare l'efficienza energetica o la stabilità antisismica; occorre istituire
"commissioni per il decoro e l'armonia" che abbiano il potere di
bocciare i progetti che deturpano il paesaggio, ponendo fine all'era
dell'edilizia predatoria.
●
Ai Cittadini
è richiesto di educare il proprio sguardo e di pretendere il bello. Dobbiamo
smettere di assuefarci al brutto e iniziare a protestare contro gli scempi con
la stessa veemenza con cui difendiamo altri diritti fondamentali.
L'Architettura
Estetica non è un'utopia irrealizzabile, ma una necessità di sopravvivenza
culturale. Le nostre città sono i libri di pietra su cui scriviamo la storia
della nostra civiltà: è tempo di smettere di scarabocchiare e ricominciare a scrivere poesia.
18.08.2026
Esperimenti di AI
di Alessandro Ceresa



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