La convergenza di interessi che nominò Berlusconi

Vi fu una convergenza di interessi che permise a Berlusconi di diventare premier durante un ventennio di carriera politica, una commistione di interessenze che compresero servizi deviati, P2 e residui della loggia, politici condannati dalle inchieste di Mani Pulite, mafia. Il magnate delle televisioni, detentore di un gran fetta del quarto potere, fu l'unico premier italiano che ottenne una condanna definitiva, fino al punto in cui oggi molti lo ritengono un pregiudicato, ma collezionò una serie innumerevole di violazioni di leggi, nell'ambito di una vera e propria "carriera criminale". Berlusconi dedicò gran parte della propria politica agli interessi personali e soprattutto alle innovazioni legislative che gli permisero di evitare condanne addizionali. I servizi deviati, le lobby e la mafia, allo stesso tempo, ebbero lo spazio per coltivare in maniera più estesa i propri interessi. 



Tratti della loggia P2

La Loggia Propaganda 2 (P2) è stata una loggia massonica coperta, appartenente al Grande Oriente d'Italia (GOI), trasformata sotto la guida del "Maestro Venerabile" Licio Gelli in un vero e proprio centro di potere occulto volta all'ingerenza nelle istituzioni della Repubblica Italiana.



Storia e Scoperte (1966-1981)

Nata nell'Ottocento come loggia riservata per tutelare la privacy degli affiliati, la P2 venne progressivamente "segretata" negli anni '70 da Licio Gelli. Tra gli scopi principali figurava l'attuazione del "Piano di Rinascita Democratica", un progetto di condizionamento politico, mediatico ed economico dello Stato in chiave autoritaria e anti-comunista.

La svolta avvenne il 17 marzo 1981: durante una perquisizione ordinata dai giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone nella villa di Gelli ad Arezzo e nella fabbrica Giole di Castiglion Fibocchi, venne rinvenuto l'elenco di 962 affiliati. La scoperta provocò uno scandalo travolgente che portò alla caduta del governo Forlani nel maggio 1981. Con la legge n. 17 del 25 gennaio 1982 (nota come legge Anselmi), le associazioni segrete vennero ufficialmente proibite e la P2 fu sciolta.

Esponenti più Noti

L'elenco dei 962 nomi comprendeva figure di primissimo piano dei vertici dello Stato, delle forze armate e della società civile:

  • Politici e Istituzioni: Silvio Berlusconi (allora imprenditore edile e televisivo), Maurizio Costanzo (giornalista), conduttori e vertici RAI.
  • Militari e Servizi Segreti: I vertici di tutti i servizi segreti italiani dell'epoca (SISMI e SISDE), tra cui il generale Giuseppe Santovito e l'ammiraglio Giovanni Torrisi (Capo di Stato Maggiore della Difesa).
  • Finanza ed Economia: Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano) e Michele Sindona (finanziere legato a Cosa Nostra e allo IOR), oltre a numerosi dirigenti di banche pubbliche e private.
  • Magistratura e Forze dell'Ordine: Alti magistrati, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Condanne e Vicende Giudiziarie

Contrariamente a quanto spesso si pensa, la semplice appartenenza alla P2 non portò a condanne penali dirette per "associazione eversiva", in quanto l'inchiesta giudiziaria principale si concluse con l'assoluzione per quel reato specifico. Tuttavia, le indagini sugli attentati e sui crac finanziari collegati alla loggia portarono a pesanti condanne definitive:

Imputato / Ambito

Reato / Inchiesta

Condanna / Esito

Licio Gelli

Depistaggio delle indagini sulla Strage di Bologna (1980)

Condannato in via definitiva a 10 anni

Licio Gelli

Bancarotta fraudolenta per il Crac del Banco Ambrosiano

Condannato in via definitiva a 12 anni

Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte (SISMI)

Depistaggio della Strage di Bologna per conto della P2

Condannati rispettivamente a 8 anni e 5 mesi e 5 anni e 11 mesi

Roberto Calvi

Reati finanziari e bancarotta (Banco Ambrosiano)

Trovato impiccato a Londra nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri (omicidio rimasto senza colpevoli)

Michele Sindona

Omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli

Condannato all'ergastolo (morto in carcere nel 1986 per avvelenamento da cianuro)

In sede parlamentare, la Commissione d'inchiesta presieduta da Tina Anselmi definì la P2 come un'«organizzazione eversiva e una vera e propria minaccia per la vita democratica del Paese».


Il Memoriale di Aldo Moro: un esame

L’esame del Memoriale di Aldo Moro porta ad una conclusione metodologicamente corretta: sulle stragi il documento è esplicito e molto accusatorio; sulla P2, invece, non offre un giudizio espresso, ma solo un contesto di critica generale ai poteri occulti e ai meccanismi segreti del sistema politico-istituzionale.

 


Dall’esame del testo allegato emerge che Aldo Moro formula giudizi molto netti su Giulio Andreotti, sulla strategia della tensione e su Francesco Cossiga; invece, con riferimento specifico a Loggia P2 e Gladio, nel testo non compare una trattazione esplicita e nominativa. Per correttezza filologica, quindi, occorre distinguere tra:

 

●      opinioni espresse in modo diretto e nominativo;

●      allusioni o ricostruzioni indirette;

●      temi non espressamente trattati nel documento-

 

1. Giulio Andreotti

 

Su Giulio Andreotti il giudizio di Moro è tra i più duri dell’intero memoriale. Il testo lo descrive come uomo politico dotato di grande abilità tattica, ma privo di autentico spessore umano e morale. Moro gli attribuisce una linea di condotta fredda, calcolatrice, ambigua e legata a rapporti opachi con ambienti finanziari e di potere.

 

I principali nuclei del giudizio sono questi:

 

●      freddezza e cinismo politico: Moro lo descrive come il principale regista della “linea dura” durante il sequestro, insistendo sulla sua indifferenza verso la vita umana e verso la sorte della famiglia Moro;

●      abilità manovriera: ne riconosce la capacità di muoversi nel sistema di potere, di controllare equilibri e uomini, ma in termini fortemente critici, come espressione di trasformismo e di gestione spregiudicata del potere;

●      rapporti con Sindona e Barone: Moro richiama più volte l’amicizia di Andreotti con Michele Sindona e con Barone, richiamando episodi ritenuti sintomatici di intrecci fra politica, finanza e nomine bancarie;

●      ruolo nei servizi e nei rapporti internazionali: lo presenta come figura con forti legami con ambienti americani e con una lunga influenza sui servizi, tale da renderlo centrale in molte vicende opache del periodo.

 

In sintesi, nelle memorie allegate, Andreotti è rappresentato da Moro come il simbolo di un potere opaco, spregiudicato e moralmente impoverito, più interessato alla tenuta del sistema che alla verità o alla persona.

 

2. Le stragi e Piazza Fontana

 

Questo è uno dei punti su cui il testo è più rilevante. Moro collega più volte Piazza Fontana e le altre stragi alla cosiddetta “strategia della tensione”, che egli considera un disegno politico volto a destabilizzare il Paese per ricondurlo a un assetto più conservatore e autoritario.

 

 

Moro afferma di non avere mai creduto alla pista anarchica e di avere invece ritenuto, già allora, che i fatti di Piazza Fontana avessero “chiara matrice di destra”. Secondo il testo, lo scopo era:

 

●      diffondere terrore indiscriminato;

●      bloccare gli sviluppi politici successivi al 1968 e all’“autunno caldo”;

●      riportare il Paese verso una gestione moderata del potere.

 

Questa è una delle affermazioni più nette del memoriale: Moro lega dunque le stragi non a episodi isolati, ma a un progetto politico di regressione democratica.

 

 

Moro ricorda di aver appreso la notizia di Piazza Fontana mentre si trovava a Parigi e di aver immediatamente percepito la gravità eccezionale dell’evento. Afferma poi che le prime informazioni che gli vennero trasmesse, orientate verso la “pista rossa” o anarchica, non lo convinsero affatto; precisa anzi di avere ritenuto sin dall’inizio che l’ipotesi plausibile fosse quella della matrice nera.

 

Nel documento egli sottolinea inoltre:

 

●      l’esistenza di depistaggi e di costruzioni investigative non persuasive;

●      il sospetto di connivenze o indulgenze di apparati dello Stato;

●      il possibile coinvolgimento o favoreggiamento di servizi italiani e stranieri.

 

 

Moro non formula una accusa giudiziaria definitiva, ma parla in termini molto pesanti di:

 

●      connivenze e indulgenze di organi dello Stato;

●      forte sospetto verso alcuni settori del SID;

●      infiltrazione di elementi di destra e neofascisti negli apparati informativi;

●      possibile ruolo di servizi o interessi esteri accanto a quelli italiani.

 

Per Moro, dunque, la stagione delle stragi non fu solo frutto dell’estremismo nero, ma anche di un contesto di coperture, tolleranze, manipolazioni e possibili interferenze internazionali.

 

 

La conclusione che emerge dal memoriale è molto chiara: le stragi fanno parte di una strategia della tensione concepita per produrre paura collettiva, frenare l’evoluzione democratica e favorire una restaurazione dell’ordine in senso conservatore. Moro riconosce che tale strategia non raggiunse pienamente i suoi obiettivi, ma la considera un periodo di autentica e altissima pericolosità per la democrazia italiana.

 

3. La Loggia P2

 

Su questo punto occorre la massima precisione: nel testo allegato non compare una trattazione esplicita della “Loggia P2” né un giudizio nominativo diretto su di essa.

 

Questo significa che, limitandosi rigorosamente al documento allegato, non si può attribuire ad Aldo Moro una opinione espressa in forma diretta sulla P2.

 

Tuttavia, nel memoriale compaiono diversi elementi che, sul piano del contenuto politico generale, risultano compatibili con una critica ai circuiti occulti di potere, e cioè:

 

●      la denuncia di intrecci fra politica, finanza, apparati e servizi;

●      il riferimento a centri di potere e diramazioni segrete connessi ai ministeri della Difesa e dell’Interno;

●      il sospetto di collegamenti opachi tra apparati dello Stato, ambienti eversivi e influenze estere;

●      la critica a un sistema di potere fondato su opacità, clientele, coperture e gestione riservata delle informazioni.

 

Ma questi passaggi, per quanto politicamente rilevanti, non autorizzano a dire che Moro nel testo allegato esprima una opinione specifica sulla P2. La formula corretta è quindi:

 

●      nessuna opinione espressa in modo nominativo sulla P2 nel documento;

●      presenza di una critica generale ai poteri occulti e ai meccanismi segreti dello Stato e del sottopotere.

 

4. Gladio

 

Anche qui il dato testuale è netto: nel memoriale allegato non compare il termine “Gladio” e non vi è una trattazione esplicita dell’organizzazione con questo nome.

 

Vi sono però riflessioni su temi vicini, soprattutto quando Moro discute:

 

●      la NATO e l’eventuale evoluzione verso attività di controguerriglia;

●      forme di collaborazione intereuropea in materia di antiguerriglia;

●      la presenza americana e tedesca nei settori dell’intelligence e della sicurezza;

●      strutture riservate o specializzate che potrebbero trovarsi “di là del confine”.

 

Anche in questo caso, però, il metodo corretto impone di non sovrapporre queste considerazioni al tema Gladio in modo automatico. Dal solo testo allegato si può dire che:

 

●      Moro riflette su apparati di sicurezza, cooperazione antiterrorismo e intelligence atlantica;

●      non esprime però una opinione esplicita e nominativa su Gladio.

 

5. Francesco Cossiga

 

Su Francesco Cossiga il giudizio di Moro è critico ma più articolato di quello formulato verso Andreotti. Moro ne riconosce intelligenza, cultura, vivacità e capacità politica, ma ritiene che, nella vicenda del sequestro, Cossiga abbia assunto una posizione non autonoma e profondamente sbagliata.

 

I punti principali sono:

 

●      Cossiga è descritto come uomo politicamente brillante, riformatore coraggioso, con forte peso nel partito e nelle istituzioni;

●      Moro ritiene però che, nella sua gestione del sequestro, egli sia apparso “fuori posto”, quasi “ipnotizzato”, cioè incapace di esprimere una propria linea davvero meditata;

●      secondo Moro, Cossiga avrebbe subito soprattutto una suggestione politica proveniente da Berlinguer, e in misura anche da Andreotti, aderendo così alla linea dura più per pressione che per autentica convinzione;

●      Moro gli rimprovera inoltre, in altre lettere, una triplice responsabilità: protezione insufficiente, rifiuto della trattativa e politica repressiva inconcludente che avrebbe aggravato la situazione.

 

Il giudizio finale, quindi, non è quello di un semplice avversario: Moro considera Cossiga una figura di valore, ma nella prova decisiva lo ritiene condizionato, non autonomo e responsabile di una scelta sbagliata e destinata a pesargli a lungo.

 

Implicazioni pratiche

 

Ai fini di una ricostruzione storica rigorosa del solo documento allegato, deve risultare quanto segue:

 

Tema

Esito dell’analisi del testo

Giulio Andreotti

Giudizio diretto, molto duro, esplicitamente formulato

Stragi / Piazza Fontana

Tema ampiamente trattato; Moro propende chiaramente per la matrice nera e per la strategia della tensione

Loggia P2

Nessuna trattazione nominativa esplicita nel testo

Gladio

Nessuna trattazione nominativa esplicita nel testo

Francesco Cossiga

Giudizio diretto, critico ma articolato

 

 

Con particolare attenzione ai due temi richiesti:

 

●      stragi e Piazza Fontana: il documento consente una ricostruzione precisa e forte del pensiero di Moro;

●      P2: il documento non consente una attribuzione diretta, ma solo di rilevare una critica generale ai poteri occulti, ai servizi deviati e agli intrecci opachi tra apparati e politica.

 

Conclusioni

 

Nel testo allegato Aldo Moro:

 

●      esprime verso Andreotti un giudizio estremamente severo, incentrato su cinismo politico, opacità e gestione spregiudicata del potere;

●      considera le stragi, e in particolare Piazza Fontana, come parte di una strategia della tensione a matrice prevalentemente nera, favorita da depistaggi, connivenze di apparati e possibili interferenze esterne;

●      formula su Cossiga un giudizio critico ma non univocamente demolitorio, riconoscendogli qualità personali ma imputandogli, nella crisi, mancanza di autonomia e grave errore politico;

●      non tratta in modo esplicito la P2 e non nomina Gladio, sicché su questi due punti il testo non consente di attribuirgli opinioni dirette nominative.

 

 

Principi e metriche della revisione di sostenibilità

 I principi della revisione delle rendicontazioni di sostenibilità e le relative metriche.

https://drive.google.com/file/d/16_KXLHrHF64jC3AZfhoGBD8_OwHQoCBk/view?usp=sharing



Storie di mafia - Conferma di Sergei Mikhailov come esponente di vertice della mafia russa

Sergei Anatolyevich Mikhailov, leader del sodalizio criminale Solntsevskaya Bratva, secondo indicazioni raccolte di recente, si conferma l'esponente di vertice della mafia russa. Allo stesso tempo, destano attenzione gli ucraini, che dimostrano di essere dei deviati. 

Storie di mafia - La Spagna, la seconda società mafiosa d'Europa

La Spagna ospita la seconda società mafiosa d'Europa, in termini di popolazione, dopo l'Italia. L'appartenenza ad una collettività ascrivibile tra le mafie si somma ai contatti, ai rapporti e alle importazioni di stupefacenti dall'America Latina e dal Maghreb.

Pagina politica - Lettera ipotetica a Mario Monti

Egr. Prof. Mario Monti,

Le scrivo un’ipotetica lettera informale, dopo aver appreso la sintesi del dibattito che l’ha vista in contrapposizione al Gen. Vannacci nell’ambito del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Ovviamente, Lei si è espresso dall’alto della Sua grande posizione di esperto economista e di tecnico, apprezzato a livello nazionale e internazionale. 


Roberto Vannacci, d’altronde, non è un parvenu. E’ stato invitato a Cernobbio per il ruolo rilevante che sta assumendo nella politica italiana. E questo non è da poco, anzi, è persino difficile, ma il percorso che ha scelto è ambizioso. Allo stesso tempo, dopo lo schifo sostanzialmente mostrato dalla politica negli ultimi 50 anni, occorre un cambiamento sostanziale. 


Personalmente, apprezzo alcuni politici e ne disprezzo molti. Appresi molto, in passato, ad esempio, dalle idee e dai contatti avuti con Olivier Blanchard (già capo-economista del Fondo Monetario Internazionale e collaboratore del Premio Nobel Franco Modigliani al Massachusetts Institute of Technology – MIT) e Carlo Cottarelli (Direttore del Dipartimento Affari Fiscali del FMI e Commissario alla Spending Review in Italia). Di fronte ad una situazione economica, in Italia, che desta sgomento per i gravi problemi che affliggono, in ultimo, la popolazione stessa, ritengo che Vannacci, oltre a cavalcare il facile argomento, molto propagandistico della “tolleranza zero” nei confronti del problema sociale innescato dall’immigrazione (che porta voti persino a quel beota di Salvini), si debba concentrare sulla politica economica e su quella industriale, affrontando tutte le inefficienze del mercato e del sistema-Paese e avendo un riguardo particolare per le fasce meno abbienti, che ormai comprendono molte famiglie, poste davanti a prezzi al consumo spesso insostenibili. 


Finita l’era del Gatt, in termini di geopolitica economica, con il ritorno ai dazi voluto fortemente da Trump, la politica economica nazionalista, anche per gli Stati dell’Europa Unita, può avere un’accezione difensiva. E’ mia opinione che il movimento di Vannacci stesso debba obbligatoriamente fornire un’attenzione particolare anche al Sud, in termini di sviluppo (sostenibile), lavoro, redditi, utilizzo integrale delle agevolazioni. In passato, la politica liberale vantata da Berlusconi, ad esempio, era tale solo in teoria, ma in realtà si traduceva nel perseguimento esclusivo degli sporchi interessi del magnate (gli esempi sono innumerevoli). Roberto Vannacci e Giorgia Meloni rimangono gli unici punti di riferimento per la Destra (non divago in merito alla Sinistra). Giorgetti si è rivelato mediocre, con interventi che hanno “rappezzato” le situazioni manifestatesi negli anni, senza un programma chiaro, preciso e non propagandistico. Forza Italia è l’esempio dello “schifo della politica”. Quindi: Vannacci sì, può essere destinatario di fiducia elettorale, ma con riserva (i servizi deviati, che, oltre a tutti, lo sostengono, ci stanno infastidendo e meritano risposte dure).

Con stima

06.09.2026

Alessandro Ceresa

Frammenti di Guerra – E’ morto Ratko Mladic

Il Generale Ratko Mladic, comandante delle truppe serbo-bosniache durante la Guerra in Bosnia, è morto oggi all’età di 84 anni. Mladic stava scontando una condanna all’ergastolo in carcere, a L’Aia, dopo la sentenza emessa dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’ex-Jugoslavia ed era gravemente malato. Avevo visto lo stesso Ratko Mladic e Radovan Karadzic, in due occasioni, sfilare davanti alla Giustizia, nell’aula che stava determinando le loro sentenze, entrambe culminate con il carcere a vita per i gravi crimini commessi durante la guerra che dilaniò i Balcani dopo la fine della Guerra Fredda. Mladic, ritenuto responsabile di numerose effrazioni del diritto internazionale, aveva condotto il Genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Era la persona con il maggiore grado militare, ai vertici della Vrs, sottoposto solo a Karadzic, Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.


Mi ricordo bene di loro. Nello spazio destinato al pubblico, osservai i due imputati a 3 metri di distanza. Karadzic, vestito con giacca e cravatta, con fare signorile, rispondeva alle domande che gli venivano poste e guardava attentamente le evidenze forensi degli eccidi, che venivano replicate sullo schermo. In quell’occasione, ottenni il diritto di ripubblicare i Diari di Ratko Mladic, minuziosa testimonianza della guerra tenuta dallo stesso Generale, ritrovata nel corso di alcune perquisizioni che erano state disposte a Belgrado durante la sua latitanza (
https://alessandroceresa.blogspot.com/2023/07/the-diaries-of-ratko-mladic.html). Quando tornai a L’Aia, dopo il suo arresto, chiesi ancora di poter assistere al procedimento. Mladic era in piedi. Teneva il braccio destro lungo il fianco, per colpa di un ictus che lo aveva colpito di recente. Rispondeva alla Corte in modo ostile, recalcitrante. Ero stato in Serbia innumerevoli volte, per cercare informazioni che lo riguardassero, che poi io passavo ad un mio contatto presso l’Icty.

Raggiunsi la Serbia per la prima volta all’inizio di giugno 2008. Quando attraversai il confine, mi trovai subito oltrecortina. Le stesse frequenze del cellulare dipendevano da Telecom Serbia, che a sua volta dipendeva, in termini di onde radio, dalla Russia, cioè dall’ex-Kgb, in virtù dell’eredità derivante dall’appartenenza al blocco sovietico, che era stata mantenuta anche dopo le ostilità che avevano diviso i vari Stati dell’ex-Jugoslavia. Aprire il confine della Serbia era un passo importante. Trascorsi alcuni giorni a Belgrado. Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. La gente parlava di Karadzic e di Mladic, entrambi ricercati. Mi divenne chiaro come i criminali di guerra, nei cui confronti erano stati emessi dei mandati di cattura, si stessero rifugiando in Serbia. Preparai degli accurati reportages, riguardanti anche le patologie derivanti dai residui dell'uranio impoverito degli ordigni della Nato, utilizzati per colpire obiettivi strategici a Belgrado. Intervistai un’alta rappresentante dell’Ambasciata Serba in Italia al mio rientro. La Serbia voleva avvicinarsi all’Unione Europea. Karadzic fu arrestato dopo poche settimane.



Tornai e ritornai così tante volte in Serbia negli anni seguenti, sulle tracce di Ratko Mladic. In un’occasione, ebbi l’opportunità di incontrare anche suo figlio Darko. Ero stato a Valjevo, per parlare con i dirigenti di un’azienda accusata di finanziare la latitanza di Ratko tramite la Impact d.o.o., piccola impresa di informatica che aveva sede a Belgrado, in Blagoja Parovica 117A. Raggiunsi l’immobile. L’ufficio era al piano terra. Gli altri due piani avevano destinazione residenziale. Si presentò un ragazzo alto, magro. Gli chiesi se potevo incontrare Darko Mladic. Disse che non c’era. Ripartì. Appresi dopo pochi giorni dalle fotografie visibili in internet che Darko era proprio lui. D’altra parte, avevo trovato la residenza della famiglia Mladic a Belgrado.



In un’altra occasione, d’inverno, decisi di svolgere un appostamento presso la stessa casa. Avevo freddo. La temperatura era sotto zero e i marciapiedi erano colmi di neve. Scattai molte fotografie e registrai delle riprese con la telecamera. Rimasi lì, davanti allo stabile, per un paio d’ore, fumando qualche sigaretta. Ebbi la fortuna, quel giorno, di incontrare anche Bosiljka Mladic, moglie di Ratko. La signora Mladic mi passò a fianco, uscita per qualche commissione. Poco dopo, un vecchio alla guida di una Lada Niva color verde, mi sfiorò quasi con lo specchietto. Non riuscì a vederne il viso, ma solo i capelli bianchi della nuca.



In seguito, riuscì persino a fotografare Bosiljka, affacciata al balcone in una giornata estiva. Altre indagini che condussi riguardarono i diversi nascondigli che Ratko aveva utilizzato a Belgrado, posti in immobili popolari, in quartieri periferici della città, che imparai a conoscere bene, come il resto della Serbia, spesso attraversata in taxi o con gli autobus di Eurolines. Frequentai spesso l’Hotel Intercontinental di Belgrado, dove era andato in scena l’attentato ad Arkan.








A Novi Sad, individuai l’abitazione di Goran Hadzic, ricercato allo stesso modo dalla giustizia internazionale, catturato, condannato a L’Aia e morto in detenzione. 



Ebbi persino un diverbio con i familiari di Hadzic, in cui intervennero il loro avvocato e la polizia. C’erano delle taglie consistenti sulle teste di Mladic e Hadzic. Quest’ultimo era il Presidente della Repubblica Serba di Krajina. In tribunale, all’Icty, si era mostrato particolarmente polemico. Vukovar, in Croazia, era un ammasso di case distrutte dalla guerra.

Mi trovai sempre bene in Serbia. Siccome sono di etnia bianca, la gente mi ha sempre accolto bene. La Serbia è uno Stato di polizia: non c’è delinquenza particolare. I serbi sono probabilmente frutto di una selezione della razza condotta nei secoli: alti, atletici, con i lineamenti tipicamente europei, il che fa comprendere la loro intenzione di entrare nell’Ue. Il nazionalismo, d’altra parte, è molto sentito. Mladic era considerato un eroe nazionale. Le manifestazioni dei nazionalisti sono frequenti. Filmai anche l’Ambasciata degli Stati Uniti, dove i nazionalisti stessi avevano ucciso un americano durante alcuni scontri.





Ratko Mladic fu arrestato nel 2011 a Lazarevo e condotto in prigione a Belgrado, prima dell’estradizione in Olanda. In Bosnia, altro Stato che conosco perfettamente, raggiunsi anche Han Pijesak, quartier generale di Mladic durante il conflitto, obiettivo dei missili della Nato nell’ambito dell’intervento occidentale, segnalato per la presenza di uranio impoverito. La morte di Ratko Mladic rimanda alla memoria di molti.





27.08.2026

Alessandro Ceresa

Storie di mafia - Palermo

Palermo, luglio 2026 – Ancora una volta a Palermo… Ormai sto imparando a conoscere la città. Mi sono note molte strade. Sono accolto bene dalla società. I siciliani hanno un’educazione e un pensiero raffinati, per cui si presentano spesso in posizioni di vertice, in Italia. Passo a fianco del carcere dell’Ucciardone, spesso. E’ top comfort. Ceno volentieri in Via Maqueda, diventata un atelier cittadino. Vado in spiaggia a Mombello, diventata un’area bellissima, curata.


La povertà, a Palermo, si vede, talvolta. Gente che non arriva a fine mese, gente senza lavoro, uomini con le facce stanche, tirate, abbruttite da una vita più dura… Non manca mai la gentilezza, però, nei loro modi di fare. Duri, ma gentili. A Pagliarelli ho capito che l’eroina qui è ancora un problema. Altri problemi seri riguardano la sanità, che dovrebbe essere gestita da enti pubblici che hanno fatto qualcosa di buono, ma non sono stati in grado di risolvere tutto.

La mafia c’è, lo sappiamo: qui, come al Nord, la società è sostanzialmente mafiosa. Non c’è nulla di nuovo. Solo che la mafia del Nord non è categorizzata, altrimenti dovrebbero finire in galera tutti questi papponi che si sono arricchiti con metodi mafiosi. Penso alla 'ndrina di Pavia: i nomi dei vertici sono noti (Cattaneo, Ciocca, Neri, Scotti). E’ vero che i siciliani, appartenenti a Cosa Nostra, finanziarono Berlusconi in vari modi, ma adesso si lamentano diffusamente del fatto che, di fronte a tanti utili del gruppo Fininvest, la restituzione degli investimenti è scarsa. Berlusconi diventò il capomafia più influente d’Italia.

Mi ricordo quando, tanti anni fa, sono stato aggredito su un autobus dopo essere stato alla Favarella, dove si tenevano le riunioni della storica Cupola. Due uomini, vestiti con delle giacche da motociclisti, mi hanno intercettato sull’autobus: uno mi ha riempito di pugni, mentre l’altro mi teneva, dicendomi <<esci la cassettina>>. Volevano il DV con le riprese. Avevo filmato le proprietà dei boss. Ovviamente, c'era una sentinella che ha attivato i due soldati...



Li ho fregati, chiaramente. Ho tenuto la scheda con le fotografie. Con il DV in mano, sono scesi. L’autista non ha fatto nessun cenno. Quando sono arrivato alla stazione, c’era un poliziotto, probabilmente con una delle divise false che si vendono poco più in là. Però, avevo ancora le fotografie. Il mondo è dei furbi, non dei coglioni.

Ci sono 45 gradi, adesso, anche di notte. Faccio un salto da Ganci, al porto. Compro qualcosa da bere. Però è bellissimo vivere in Italia, conoscere la gente, i luoghi, le culture. L’Italia è un Paese unico. C’è tanta gente pulita. La feccia è relegata nei ghetti.


24.08.2026

Alessandro Ceresa

L'ARCHITETTURA ESTETICA: PRINCIPIO PER LA RINASCITA

"La bellezza non è un lusso, ma una necessità dello spirito umano. Un edificio che ignora l'estetica è un'offesa al paesaggio e alla dignità di chi lo abita."

 

 

 

Il Tramonto della Bellezza e l'Era degli Orrori

Il ventesimo e il ventunesimo secolo hanno assistito a una progressiva e allarmante scissione tra l'arte dell'edificare e il concetto di bellezza. Sotto l'egida di un funzionalismo estremo e, ancor peggio, della speculazione edilizia, le nostre città hanno subìto traumi profondi. Intere aree urbane, un tempo caratterizzate da un'armonia organica, sono state sventrate o soffocate da "orrori": blocchi di cemento senz'anima, periferie alienanti, e cattedrali del consumismo prive di qualsiasi identità culturale.

Questa deriva ha trasformato l'architettura da arte al servizio della collettività a mero strumento di massimizzazione del profitto e di stoccaggio umano. L'errore fondamentale è stato credere che l'utilità potesse prescindere dall'armonia. Abbiamo costruito macchine per abitare, dimenticando che l'essere umano non è un ingranaggio, ma un'entità complessa che si nutre di simboli, proporzioni e luce. L'Architettura Estetica nasce oggi come risposta imperativa a questa crisi: non un nostalgico ritorno al passato, ma un nuovo principio guida che ricolloca la bellezza al centro dell'atto costruttivo, riconoscendola come funzione primaria e non come surplus decorativo.

 

Oltre il Funzionalismo: Il Costo Psicologico del Brutto

Per comprendere effettivamente l’indispensabilità dell'Architettura Estetica, dobbiamo prima analizzare i danni causati dal suo opposto. La neuroarchitettura, una disciplina emergente che studia l'impatto dell'ambiente costruito sul cervello umano, ha ampiamente dimostrato ciò che l'intuizione suggeriva da secoli: gli spazi brutti, oppressivi e disarmonici generano stress, alienazione e persino aggressività.

I casermoni grigi, le facciate cieche e i quartieri dormitorio privi di centri aggregativi estetici comunicano un messaggio di abbandono. Quando lo spazio pubblico è trascurato e architettonicamente violento, si innesca la teoria delle "finestre rotte": il degrado fisico chiama il degrado sociale. L'urbanistica degli scempi ha reciso il legame emotivo tra il cittadino e il suo habitat. L'Architettura Estetica si pone l'obiettivo di sanare questa frattura, partendo dall'assunto che la forma è sostanza. Un edificio non deve solo "funzionare" dal punto di vista termico o statico, ma deve funzionare psicologicamente, elevando lo spirito di chi lo osserva e di chi lo attraversa.

 

I Tre Pilastri dell'Architettura Estetica

Affinché l'Architettura Estetica non rimanga un concetto astratto, deve fondarsi su principi compositivi e progettuali rigorosi, che si discostino radicalmente dalle pratiche predatorie del recente passato.

1.     Il Rispetto del Genius Loci (L'Anima del Luogo):
Nessun edificio estetico può essere concepito come un'astronave calata dall'alto. Ogni progetto deve dialogare intimamente con il contesto storico, geografico e culturale in cui si inserisce. Questo non significa mimesi o falso storico, ma reinterpretazione consapevole. I materiali, i colori e le volumetrie devono accordarsi con il paesaggio circostante, creando una continuità visiva che rispetti la memoria del luogo.

2.     Proporzione e Scala Umana:
L'architettura degli scempi ha spesso peccato di hybris, imponendo scale monumentali e disumane per intimidire o impressionare. L'Architettura Estetica recupera il valore delle proporzioni auree (dove il rapporto $\Phi \approx 1.618$ torna a guidare l'armonia degli spazi) e la scala umana. Gli edifici devono abbracciare, non schiacciare. Le piazze, i portici e le strade devono essere dimensionati per favorire il passo e lo sguardo dell'uomo, non solo il transito dei veicoli.

3.     Materialità e Invecchiamento Nobile:
Mentre i materiali industriali scadenti si degradano miseramente, coprendosi di macchie e crepe, l'Architettura Estetica sceglie materiali (pietra, legno, cotto, ma anche cementi e metalli trattati con sapienza) che sappiano invecchiare, acquisendo una patina che li renda più affascinanti col tempo. La durabilità estetica è il primo passo verso la vera sostenibilità.

 

 

L'Estetica come Bene Comune e Diritto Democratico

Una delle critiche più frequenti mosse alla ricerca del bello è l'accusa di elitarismo: si pensa che la bellezza sia un lusso riservato ai quartieri ricchi. L'Architettura Estetica ribalta questo paradigma: la bellezza è un diritto democratico fondamentale.

Riservare l'estetica solo a ville private o musei, condannando le classi meno abbienti a vivere nel brutto, è una forma di violenza sociale. Le periferie, più di ogni altra zona, necessitano di interventi di agopuntura urbana basati su questo nuovo principio. Un edificio pubblico bello, una scuola luminosa e ben proporzionata, una piazza curata nei dettagli, comunicano ai cittadini un messaggio potente: voi valete. L'architettura diventa così uno strumento di equità. Creare quartieri esteticamente appaganti significa generare orgoglio civico, senso di appartenenza e cura per il bene comune. La spesa per l'estetica non è uno spreco economico, ma il miglior investimento per la pace sociale e la coesione di una comunità.

 

Conclusione – Verso un Rinascimento Costruttivo

L'implementazione dell'Architettura Estetica richiede una rivoluzione culturale che coinvolga tutti gli attori della società civile. Non possiamo più delegare la forma delle nostre città esclusivamente a logiche di mercato o a calcoli di cubatura.

●       Agli Architetti è richiesto un atto di umiltà e di coraggio: abbandonare il narcisismo della "firma" e della provocazione fine a se stessa, per tornare a essere sarti del paesaggio, capaci di cucire strappi e generare armonia.

●       Ai Legislatori e agli Amministratori è richiesto di riformare i regolamenti edilizi. Non basta più normare l'efficienza energetica o la stabilità antisismica; occorre istituire "commissioni per il decoro e l'armonia" che abbiano il potere di bocciare i progetti che deturpano il paesaggio, ponendo fine all'era dell'edilizia predatoria.

●       Ai Cittadini è richiesto di educare il proprio sguardo e di pretendere il bello. Dobbiamo smettere di assuefarci al brutto e iniziare a protestare contro gli scempi con la stessa veemenza con cui difendiamo altri diritti fondamentali.

L'Architettura Estetica non è un'utopia irrealizzabile, ma una necessità di sopravvivenza culturale. Le nostre città sono i libri di pietra su cui scriviamo la storia della nostra civiltà: è tempo di smettere di scarabocchiare e ricominciare a scrivere poesia.

 

18.08.2026

 

Esperimenti di AI

di Alessandro Ceresa