VANITA’ NON NUOCE
di GIAN BATTISTA CERESA
PRIMA EDIZIONE, 2026
VANITA’ NON NUOCE
Correva l’anno 1959 e
il giovane che racconta ora queste cose, tra poco, si sarebbe laureato in
Medicina e Chirurgia.
Continuava a
coltivare, nel limite del possibile e con un solo risicato allenamento alla
settimana, le proprie attitudini di calciatore d’attacco.
Allora si giocava
ancora “a uomo”, non “a zona”, che è la disposizione dei giocatori sul campo di
questi tempi, che però già stava prendendo piede dopo che negli stadi
imperversavano calciatori capaci di coprire tutto il campo, veloci,
instancabili e che un uomo solo non riusciva più a marcare e a controllare.
Così è nata
storicamente la disposizione a zona delle squadre; prima invece i terzini
marcavano le ali, i mediani le mezze ali e il centro mediano il centravanti.
Bei tempi, poi già,
con Valentino Mazzola, il mitico capitano del Grande Torino, che non si poteva
molto marcare a uomo perché era capace di partire dalla sua area di rigore
palla al piede e andare in gol, o dopo Alfredo Di Stefano, altro giocatore che
copriva in continuazione, per novanta minuti, con le sue scorribande, tutto il
campo, la “zona” divenne regola.
Quel giorno di
dicembre del 1959, nel piccolo stadio della città, si disputava, come di
consueto, per festeggiare la ricorrenza del Santo Patrono, un incontro
amichevole di calcio tra la squadra locale, che militava nella cosiddetta
Quarta Serie di allora e una squadra di grandi professionisti della serie A: il
Milan, pluricampione d’Italia.
L’accoglienza era
festosa e con molta riverenza per gli ospiti, dopo il frugale pranzo al
ristorante della vicina Certosa, tutti assieme: giocatori, dirigenti,
allenatori, massaggiatori e autisti del pullman.
Si faceva conoscenza
con quei grandi nomi che onoravano la città con la loro presenza.
A pranzo, li si
guardava con ammirazione e non sembrava vero a noi, sconosciuti, di sedere
fianco a fianco e poter parlare con loro.
Era la prima volta per
il giovane prossimo “dottorino” (così lo chiamavano i suoi compagni), che però
si rese subito conto che almeno a tavola e nelle chiacchiere non erano
insuperabili e facevano gli stessi discorsi di tutti: giovani o meno giovani,
parlando di buona tavola, dei migliori cibi della dieta, delle più belle
partite da ricordare, di ragazze da citare, di stime e valutazioni dei colleghi
calciatori, di giudizi sugli arbitri etc. etc.
Non ci pareva vero che
i campioni del Milan, finalisti in Europa, in fondo ragionassero e parlassero
di certe cose come noi, forse con più dettagli se si trattava di contratti,
soldi e… donne, argomenti che erano a noi piuttosto sconosciuti!
Poi in campo, con un
primo tempo da giocare in formazione tipo per il Milan: non c’era alternanza e
allora neppure la cosiddetta “panchina”, per cui non si poteva sostituire
nessun giocatore anche se si fosse infortunato durante il gioco.
Dovevamo tenere testa
a una squadra da finale in Europa.
I nomi, ricordo bene,
erano da far paura, con questa formazione:
Ghezzi in porta, il
famoso portiere “kamikaze” capace di uscite spericolate per bloccare attaccanti
che si presentavano nelle vicinanze della sua porta e poi Fontana e Trebbi
terzini, Liedholm (il grande giocatore svedese), Maldini Cesare e Occhetta in mediana,
Ferrario, Carletto Galli (detto “testina d’oro“ per i suoi gol di testa)
Altafini (Campione del Mondo con il Brasile di Pelè e compagni), Schiaffino,
(Campione del Mondo con l’Uruguay) e Bean, in attacco.
Al giovane “dottorino”
toccava marcare e essere marcato nientemeno che da Liedholm.
Il Milan parte alla
grande nello stadio con tutto esaurito e Altafini con due discese sfrenate e
infrenabili, partendo da lontano, arriva in area di rigore e infila in gol con
tremende stoccate. Due a zero in meno di 20 minuti.
Cominciamo bene !....
Ma i giovani non si
demoralizzano e avendo età, gambe e voglia di farsi vedere almeno pari a quella
dei Campioni del Milan, contrastano al meglio il loro gioco, anche con qualche
spintone e rendono un poco meno straripante e appariscente la superiorità di
gioco, di palleggio e di prestanza fisica del Milan.
La differenza comunque
era grande: qualcuno di loro (Schiaffino e Liedholm, in particolare) aveva la
capacità di giocare a testa alta, perché quei due “sentivano” la palla nei
piedi e indirizzavano con precisione e al momento giusto il tocco dove volevano
senza abbassare il capo e così mostravano quello che si dice una grande visione
di gioco.
Poi gli altri erano
professionisti seri con alta preparazione fisica dovuta ad almeno tre
allenamenti alla settimana.
Il futuro “dottorino” racimolava
qualche lira in Quarta Serie, che gli permetteva di far fronte ai costi dei
libri e delle tasse universitarie sempre salate.
Il primo tempo era
all’insegna del bel gioco, soprattutto da parte del Milan, in vantaggio presto
per due a zero.
Non andava bene.
Con slancio continuo
su ogni palla, contrasti accaniti, scatti spalla a spalla, riuscivamo a passare
la metà campo e affacciarci anche in area di rigore del Milan.
Non certo con la
tecnica e la eleganza dei loro singoli campioni o per la disposizione in campo
della loro squadra, collaudata da decine di partite ad alto livello.
Loro ragionavano
molto, soprattutto in difesa, dove si trovavano e giocavano a memoria su ogni
palla che possedevano.
Avendo preso fiducia,
ci avventavamo su tutti i palloni; il “dottorino”, che non aveva mai commesso
neppure un fallo in tanti anni di gioco aveva calpestato in un contrasto un
piede a Liedholm, che lo aveva guardato come se avesse commesso un omicidio…
“Ehi tu, che cosa fai?“
Il “dottorino”,
mortificato, si allontanò.
Poco dopo però con una
buona palla al piede saltò in corsa il grande svedese e si presentò in area di
rigore, la cui linea aveva visto davanti ai suoi piedi perché lui non giocava a
testa alta, ma guardando soprattutto in terra, e lasciò partire un buon tiro
sul quale Ghezzi, impreparato, non poteva arrivare; Maldini Cesare, che era
arretrato, istintivamente fermò il tiro con la mano.
Rigore.
L’amico Capoccioni,
che era un caporale dell’esercito di sede in città, spiazzò con calma il
“kamikaze” Ghezzi e infilò il pallone rasoterra in rete.
Due a uno.
Il pubblico sugli
spalti era contento e cominciava ad applaudire anche la sua squadra e non solo
le prodezze e raffinatezze del grande Milan.
Su un'altra palla
favorevole il “dottorino” tentò un pallonetto a Ghezzi in uscita, che però
arrivò bene sulla palla e bloccò in presa alta.
Ghezzi rilancia in
avanti e poi si avvicina al “dottorino” e gli dice: “Ehi tu, guarda che io sono
Giorgio Ghezzi! .….”
Si continua a giocare
con il Milan un poco indispettito per il gol subito; ma in una volata sulla
destra la ala della Quarta Serie prevale di poco in velocità su Trebbi; il
“dottorino” aveva seguito l’azione portandosi verso l’area di rigore del Milan,
proprio sulla linea. Aveva davanti Maldini perché Liedholm non l’aveva
inseguito per tempo.
L’ala destra riesce in
un traversone a mezza altezza sul quale Maldini, troppo avanzato, non può
intervenire e Liedholm è ormai alle spalle; allora il “dottorino” si butta a
pesce in tuffo, colpisce bene con la fronte e il pallone ben teso e a fil di
palo entra in rete nonostante il tentativo di parata del kamikaze. Si rialzano
tutti e due da terra, il dottorino si avvicina a Ghezzi e gli dice: “ Ehi tu,
guarda che io sono Ceresa”.
Una sincera risata del
campione rende la battuta simpatica a entrambi.
Ghezzi allunga al
“dottorino” un amichevole colpetto sulla spalla.
Il pubblico non crede
ai suoi occhi, che la sua squadra abbia quasi pareggiato nel primo tempo, tre a
due, con il grande Milan.
Questo era il calcio
di allora, tra giocatori con ossequiosa vanità: senza tatuaggi disgustosi,
capelli cotonati, trecce e orecchini.
Gian Battista Ceresa
















































