Iran, dicembre 2007 – L’hotel che ho scelto a Esfahan è modesto, ma pulito. Giro nelle strade della città. Sono vestito con una tuta, una k-way, guanti e scarpe da ginnastica. Ho il mio coltello a scatto in tasca. La sera, mi dirigo verso il ponte antico che attraversa il fiume Zayandeh Rud, che nasce dai Monti Zagros, ai confini con l'Iraq, attravesando tutto l’Iran centrale. Faccio delle foto e dei video. Di giorno, cammino nel centro abitato. Ho bene in mente i miei obiettivi. Vedo spesso dei militari. Esfahan è sede di una base dell’aviazione, fornita anche di missili balistici.
Fermo un taxi. Dico all’autista
di portarmi verso la periferia, a nord, verso la centrale che ho visto il giorno
prima nei pressi di Gaz. Il tragitto è breve. Indico la direzione corretta al tassista. Vedo una
grande raffineria. È un impianto petrolchimico della maggiore impresa
nazionale. Proseguiamo fino a giungere al sito che mi interessa. Faccio fermare
la macchina. Una serie di grosse torri di raffreddamento si staglia nel cielo. Sono
tipiche degli impianti nucleari. Ne individuo otto. Questa è una centrale per
la produzione di energia elettrica, indubbiamente. Il sospetto che possa essere
un sito nucleare è fondato. Potrebbe produrre come elemento di scarto il plutonio, utilizzabile per ordigni nucleari come l'uranio arricchito. Anche nelle immagini satellitari, il centro è stato
oscurato per molto tempo.
Monto la telecamera sul cavalletto. Inizio a filmare il grandioso impianto che mi si pone davanti. Il campo elettromagnetico è sensibile. Mi sento più leggero, quasi fluttuante, come se mi trovassi sulla luna. Sento l’energia potente che esce dal reattore. Diventa buio. Fotografo tutto. Poi, possiamo rientrare verso l’abitato. Avrei visto, in seguito, una centrale nucleare così grande solo vicino a Znojmo, in Repubblica Ceca (nota come impianto di Dukovanj), in mezzo ai boschi bruciati dalla radioattività. Resto tuttora convinto che il sito di Gaz abbia una centrale termoelettrica che supporta il reattore atomico, per produrre l'energia richiesta dalla fissione dell'uranio.
Il giorno dopo, decido di
raggiungere il sito che si trova nei pressi della stessa città, noto
come Esfahan Nuclear Technology Center. Chiedo alla reception dell’hotel di
chiamare un taxi. Quando l’autista arriva, gli spiego qual è l’obiettivo del
tragitto. Inizialmente, fa finta di non capire. Gli chiarisco meglio che si
tratta del sito nucleare. Riesce a comprendere. Ci mettiamo in auto. La destinazione
è vicina. Non ci sono controlli rilevanti sulla strada. Prendo la telecamera e filmo i caseggiati dell’impianto di ricerca. Proseguiamo
sulla via. Poi gli dico di girare e tornare indietro. Riprendo ancora la parte che
ritengo più rilevante del sito e anche una seconda frazione, probabilmente non individuata
precisamente, ma che ritengo sede di possibili attività atomiche.
Rientriamo in hotel. Il giorno dopo, l’autista di Natanz sarebbe venuto a riprendermi per andare ad Arak.
04.03.2026
Alessandro Ceresa
Esfahan:

