Iran, dicembre 2007 – Lo scalo dell’aeroporto Imam Khomeini è vuoto e buio. Il mio aereo è appena arrivato, di notte. Passo i controlli del visto. Percorro le grandi stanze e i corridoi. A un certo punto, vedo due persone ferme nei pressi di una finestra. Sembra che mi stiano aspettando. Potrebbero essere agenti del controspionaggio. Bene, la caccia alla volpe inizia qui. L’anno scorso, la mia irruzione a Natanz era stata sorprendente anche per un sistema di sicurezza come quello dell’Iran. Quest’anno, sono probabilmente atteso. Ho intenzione di raggiungere vari siti nucleari. L’obiettivo mi è stato fornito a Kabul, in Afghanistan, dal contingente dei militari italiani impegnati nella missione Isaf, a cui sono stato aggregato come reporter free-lance nel mese di agosto di quest’anno. L’Iran è la potenza regionale che merita più attenzione, in quanto esprime la propria egemonia ed è fermamente intenzionata a dotarsi di armi atomiche.
Prendo un taxi.
Contratto con l’autista il prezzo del tragitto e partiamo. Vedo un gruppo di
uomini vestiti con delle tuniche bianche. Stranamente, hanno delle scarpe da
ginnastica, che li rendono più agili, veloci e pronti a combattere. Li riconduco
ad al-Qaida. Potrebbero essere mujahiddin impegnati sul fronte iracheno. L’aeroporto
si trova nei pressi della residenza dell’Ayatollah Khamenei. Il tassista me la
indica, avvolta dall’oscurità, con delle luci che mostrano il perimetro e gli
immobili. Proseguiamo verso l’Hotel Enghelab, dove ho prenotato una stanza. L’autostrada
attraversa nella fredda notte la periferia della capitale.
Passo il giorno
seguente a riposare e a passeggiare nelle strade dell’isolato. Non ho portato
con me molti soldi in contanti e mi accorgo subito che c’è qualcosa che non
funziona con la carta di credito. Non riesco a prelevare agli sportelli dei
bancomat. Penso che si possa trattare di una conseguenza delle sanzioni internazionali
elevate nei confronti dell’Iran come punizione per il programma nucleare. Cambio
in Rials qualche centinaio di Euro. La sera, prenoto un taxi per andare a
Isfahan la mattina dopo. Dormo tranquillamente nella camera che ho prenotato. E’
comoda e ampia. Alle nove in punto si presenta il tassista e riconosco subito l’uomo
che mi aveva condotto a Natanz l’anno precedente. Anche questa volta ho
intenzione di passare dal sito per l’arricchimento dell’uranio.
Lasciamo la
città di Teheran imboccando l’autostrada che conduce verso Qom. Vedo parecchi
impianti industriali. In questa zona, c’è anche un sito della Kalaye Electric
Company, che produce turbine per l’arricchimento degli isotopi di uranio ed è
segnalata per aver intrapreso un’attività atomica sperimentale. La macchina
corre veloce sull’asfalto, a tratti sconnesso. I cartelli stradali, scritti in
persiano e in inglese, mi permettono di mantenere l’orientamento. Prima di Qom,
ricordo all’autista che dobbiamo passare da Natanz. Comprende subito il mio
obiettivo e prende la strada giusta, che entrambi conosciamo già. Rivedo le
alture della vallata che accoglie il sito. Alcuni lavori di ammodernamento
hanno reso le corsie più agevoli.
Giungiamo a Natanz. Anche l’impianto è stato migliorato. Ho con me una telecamera che permette di scattare persino delle fotografie. Il muro di cinta e le torrette dei militari sono stati rinforzati. Filmo tutto il sito nucleare. Vedo un soldato davanti all’ingresso principale. Ha il viso rovinato da grossi nei, tumori della pelle, che si è probabilmente procurato per colpa della radioattività presente nell’area. L’attività dell’impianto prosegue a pieno regime. Noto un evidente sviluppo di tutte le strutture. Adesso, ho anche i filmati di uno degli obiettivi strategici più importanti di tutto il programma nucleare dell’Iran. Dopo qualche giorno, sarei stato costretto a distruggere i microfilm che avevo estratto dalle cassette mini-DV, ma avrei recuperato infine le immagini satellitari dei siti.
Proseguiamo il tragitto. La mia guida mi chiede se voglio fermarmi nell’abitato di Natanz. Blocchiamo la macchina e fumo una sigaretta all’esterno. Continuiamo il percorso verso Isfahan. L’autostrada taglia il deserto, come una lama di asfalto che si protrae in mezzo alle dune e alla sabbia. Noto che a tratti ci sono dei prati parzialmente coperti di neve. Fa freddo. Talvolta, piccole imprese costellano i bordi della via di comunicazione. Si vedono impianti antiquati. Il tempo di percorrenza fino a Isfahan non è molto. Quando giungiamo nei pressi della città, l’atmosfera cambia. Una pesante coltre di fuliggine appesta l’aria.
Intravedo delle alte ciminiere che propagano l’inquinamento. Guardo i cartelli stradali. Siamo a Gaz. Mi riprometto di controllare da vicino questi siti. Ho visto dei reattori tipici degli impianti nucleari.
01.03.2026
Alessandro Ceresa


