Il campo dei profughi palestinesi di Sabra e Shatila, a Beirut

Lo stato di degrado che può raggiungere l’uomo è inconcepibile fino a quando non si vedono situazioni di esistenza come quella degli accampamenti in cui vivono gli esuli palestinesi in Libano. Ebbi la stessa sensazione a Jalozia, in Pakistan, quando cercai l’Università di Dawa al-Jihad tra i rifugiati afgani. I palestinesi sono in condizioni più gravi. Sabra e Shatila non è altro se non un ammasso di uomini, costretti a spartirsi uno spazio pari ad un quartiere, limitato da muri di cinta e sorvegliato da guardie. All’entrata, finisce l’asfalto delle strade di Beirut e si inizia a camminare nella polvere e nel fango, tra le bancarelle di un mercato che occupa la via principale. Un uomo di 40 anni aspira colla da un sacchetto di plastica, come i niños de rua delle favelas del Sudamerica. Un bambino mi passa a fianco con la faccia verdastra. Epatite. Le case sono costruite con lamiere e muri bianchi. La parte frontale ospita negozi poveri, che vendono merce di ogni tipo. Distinguo gli oggetti in vendita: dischi, frutta e verdura, apparecchi elettronici, carne, uova. Le auto avanzano in mezzo alla folla di esuli. Ai margini, si aprono le vie laterali, spesso piantonate da uomini. “Hamas”, mi dice un passante. Da questi campi partono i combattenti dell’organizzazione palestinese, che vi nascondono armi. Compro un paio di coltelli in un negozio. Costano 3 euro e sembrano taglienti. Mi fermo a fumare una sigaretta nei pressi di un’officina. Ci sono delle vecchie auto posteggiate. I palestinesi le usano nelle vie di Beirut, anche se non hanno soldi per il combustibile. Oltre all’ammasso di casupole, verso est vi sono lavori edili e verso ovest sono state allestite delle officine meccaniche. L’odore di fogna è fastidioso. Ci sono lavori di riparazione delle tubature. Devo fare delle riprese. Entro in una via laterale. Mi apposto e avvio il video del telefono in una strada con porte e stracci appesi, con uno striscione rappresentante il viso di uno dei leaders palestinesi, in fondo. Non vi sono problemi. Solo quando inizio a fare foto, un anziano fa un cenno con la mano e grida delle frasi. Devo interrompere il lavoro. Avrei rivisto il vecchio un’ora dopo, davanti al mio hotel. La macelleria espone i pezzi degli animali all’aria, appesi ai ganci. Forse vedo solo di sfuggita uno dei tranci in vendita. Sembra la schiena di un animale, tagliata fino al collo, senza arti, con la colonna vertebrale che la divide perfettamente. Si può avere l’impressione che si tratti del torso di un uomo, ma è impossibile, nonostante le conferme riguardanti episodi di cannibalismo registrati tra i palestinesi, come in Iraq e in Afghanistan. È impossibile. Due persone dicono che al-Zawahiri è passato da Sabra e Shatila. Non ci credo. I palestinesi non sembrano volere estranei nel loro campo. Proseguendo, un uomo con il pizzetto sgozza un pollo vivo alla mia destra e lo getta in una gabbia, sanguinante. Noto un negozio che vende televisori. Un giovane mi dice di uscire. Un altro è salito sul tetto di una catapecchia. Finisco di fare riprese, stando attento a non farmi derubare. Quando esco, evito di prendere subito un taxi. Un poliziotto mi chiede il passaporto e mi lascia andare.


16/12/2008