L’esame
del Memoriale di Aldo Moro porta ad una conclusione metodologicamente corretta:
sulle stragi il documento è esplicito e molto accusatorio; sulla P2, invece,
non offre un giudizio espresso, ma solo un contesto di critica generale ai
poteri occulti e ai meccanismi segreti del sistema politico-istituzionale.
Dall’esame
del testo allegato emerge che Aldo Moro formula giudizi molto netti su Giulio
Andreotti, sulla strategia della tensione e su Francesco Cossiga;
invece, con riferimento specifico a Loggia P2 e Gladio, nel testo
non compare una trattazione esplicita e nominativa. Per correttezza
filologica, quindi, occorre distinguere tra:
●
opinioni espresse in modo diretto e nominativo;
●
allusioni o ricostruzioni indirette;
●
temi non espressamente trattati nel documento-
1. Giulio Andreotti
Su
Giulio Andreotti il giudizio di Moro è tra i più duri dell’intero
memoriale. Il testo lo descrive come uomo politico dotato di grande abilità
tattica, ma privo di autentico spessore umano e morale. Moro gli attribuisce
una linea di condotta fredda, calcolatrice, ambigua e legata a rapporti opachi
con ambienti finanziari e di potere.
I
principali nuclei del giudizio sono questi:
●
freddezza e cinismo politico: Moro lo descrive come il principale
regista della “linea dura” durante il sequestro, insistendo sulla sua
indifferenza verso la vita umana e verso la sorte della famiglia Moro;
●
abilità manovriera: ne riconosce la capacità di muoversi nel sistema di
potere, di controllare equilibri e uomini, ma in termini fortemente critici,
come espressione di trasformismo e di gestione spregiudicata del potere;
●
rapporti con Sindona e Barone: Moro richiama più volte l’amicizia di
Andreotti con Michele Sindona e con Barone, richiamando episodi ritenuti
sintomatici di intrecci fra politica, finanza e nomine bancarie;
●
ruolo nei servizi e nei rapporti internazionali: lo presenta come
figura con forti legami con ambienti americani e con una lunga influenza sui
servizi, tale da renderlo centrale in molte vicende opache del periodo.
In
sintesi, nelle memorie allegate, Andreotti è rappresentato da Moro come il
simbolo di un potere opaco, spregiudicato e moralmente impoverito, più
interessato alla tenuta del sistema che alla verità o alla persona.
2. Le stragi e
Piazza Fontana
Questo
è uno dei punti su cui il testo è più rilevante. Moro collega più volte Piazza
Fontana e le altre stragi alla cosiddetta “strategia della tensione”,
che egli considera un disegno politico volto a destabilizzare il Paese per
ricondurlo a un assetto più conservatore e autoritario.
Moro
afferma di non avere mai creduto alla pista anarchica e di avere invece
ritenuto, già allora, che i fatti di Piazza Fontana avessero “chiara matrice
di destra”. Secondo il testo, lo scopo era:
●
diffondere terrore indiscriminato;
●
bloccare gli sviluppi politici successivi al 1968 e all’“autunno
caldo”;
●
riportare il Paese verso una gestione moderata del potere.
Questa
è una delle affermazioni più nette del memoriale: Moro lega dunque le stragi
non a episodi isolati, ma a un progetto politico di regressione democratica.
Moro
ricorda di aver appreso la notizia di Piazza Fontana mentre si trovava a
Parigi e di aver immediatamente percepito la gravità eccezionale dell’evento.
Afferma poi che le prime informazioni che gli vennero trasmesse, orientate
verso la “pista rossa” o anarchica, non lo convinsero affatto; precisa anzi di
avere ritenuto sin dall’inizio che l’ipotesi plausibile fosse quella della matrice
nera.
Nel
documento egli sottolinea inoltre:
●
l’esistenza di depistaggi e di costruzioni investigative non
persuasive;
●
il sospetto di connivenze o indulgenze di apparati dello Stato;
●
il possibile coinvolgimento o favoreggiamento di servizi italiani e
stranieri.
Moro
non formula una accusa giudiziaria definitiva, ma parla in termini molto
pesanti di:
●
connivenze e indulgenze di
organi dello Stato;
●
forte sospetto verso alcuni settori del SID;
●
infiltrazione di elementi di destra e neofascisti negli apparati
informativi;
●
possibile ruolo di servizi o interessi esteri accanto a quelli
italiani.
Per
Moro, dunque, la stagione delle stragi non fu solo frutto dell’estremismo nero,
ma anche di un contesto di coperture, tolleranze, manipolazioni e possibili
interferenze internazionali.
La
conclusione che emerge dal memoriale è molto chiara: le stragi fanno parte di
una strategia della tensione concepita per produrre paura collettiva,
frenare l’evoluzione democratica e favorire una restaurazione dell’ordine in
senso conservatore. Moro riconosce che tale strategia non raggiunse pienamente
i suoi obiettivi, ma la considera un periodo di autentica e altissima
pericolosità per la democrazia italiana.
3. La Loggia P2
Su
questo punto occorre la massima precisione: nel testo allegato non compare
una trattazione esplicita della “Loggia P2” né un giudizio nominativo diretto
su di essa.
Questo
significa che, limitandosi rigorosamente al documento allegato, non si può
attribuire ad Aldo Moro una opinione espressa in forma diretta sulla P2.
Tuttavia,
nel memoriale compaiono diversi elementi che, sul piano del contenuto politico
generale, risultano compatibili con una critica ai circuiti occulti di
potere, e cioè:
●
la denuncia di intrecci fra politica, finanza, apparati e servizi;
●
il riferimento a centri di potere e diramazioni segrete connessi
ai ministeri della Difesa e dell’Interno;
●
il sospetto di collegamenti opachi tra apparati dello Stato, ambienti
eversivi e influenze estere;
●
la critica a un sistema di potere fondato su opacità, clientele,
coperture e gestione riservata delle informazioni.
Ma
questi passaggi, per quanto politicamente rilevanti, non autorizzano a dire
che Moro nel testo allegato esprima una opinione specifica sulla P2. La
formula corretta è quindi:
●
nessuna opinione espressa in modo nominativo sulla P2 nel documento;
●
presenza di una critica generale ai poteri occulti e ai meccanismi
segreti dello Stato e del sottopotere.
4. Gladio
Anche
qui il dato testuale è netto: nel memoriale allegato non compare il termine
“Gladio” e non vi è una trattazione esplicita dell’organizzazione con questo
nome.
Vi
sono però riflessioni su temi vicini, soprattutto quando Moro discute:
●
la NATO e l’eventuale evoluzione verso attività di controguerriglia;
●
forme di collaborazione intereuropea in materia di
antiguerriglia;
●
la presenza americana e tedesca nei settori dell’intelligence e della
sicurezza;
●
strutture riservate o specializzate che potrebbero trovarsi “di là del
confine”.
Anche
in questo caso, però, il metodo corretto impone di non sovrapporre queste
considerazioni al tema Gladio in modo automatico. Dal solo testo allegato si
può dire che:
●
Moro riflette su apparati di sicurezza, cooperazione antiterrorismo
e intelligence atlantica;
●
non esprime però una opinione esplicita e nominativa su Gladio.
5. Francesco
Cossiga
Su
Francesco Cossiga il giudizio di Moro è critico ma più articolato di
quello formulato verso Andreotti. Moro ne riconosce intelligenza, cultura,
vivacità e capacità politica, ma ritiene che, nella vicenda del sequestro,
Cossiga abbia assunto una posizione non autonoma e profondamente sbagliata.
I
punti principali sono:
●
Cossiga è descritto come uomo politicamente brillante, riformatore
coraggioso, con forte peso nel partito e nelle istituzioni;
●
Moro ritiene però che, nella sua gestione del sequestro, egli sia
apparso “fuori posto”, quasi “ipnotizzato”, cioè incapace di
esprimere una propria linea davvero meditata;
●
secondo Moro, Cossiga avrebbe subito soprattutto una suggestione
politica proveniente da Berlinguer, e in misura anche da Andreotti,
aderendo così alla linea dura più per pressione che per autentica convinzione;
●
Moro gli rimprovera inoltre, in altre lettere, una triplice
responsabilità: protezione insufficiente, rifiuto della trattativa
e politica repressiva inconcludente che avrebbe aggravato la situazione.
Il
giudizio finale, quindi, non è quello di un semplice avversario: Moro considera
Cossiga una figura di valore, ma nella prova decisiva lo ritiene condizionato,
non autonomo e responsabile di una scelta sbagliata e destinata a pesargli a
lungo.
Implicazioni
pratiche
Ai
fini di una ricostruzione storica rigorosa del solo documento allegato, deve
risultare quanto segue:
|
Tema |
Esito
dell’analisi del testo |
|
Giulio
Andreotti |
Giudizio
diretto, molto duro, esplicitamente formulato |
|
Stragi
/ Piazza Fontana |
Tema
ampiamente trattato; Moro propende chiaramente per la matrice nera e per la
strategia della tensione |
|
Loggia
P2 |
Nessuna
trattazione nominativa esplicita nel testo |
|
Gladio |
Nessuna
trattazione nominativa esplicita nel testo |
|
Francesco
Cossiga |
Giudizio
diretto, critico ma articolato |
Con
particolare attenzione ai due temi richiesti:
●
stragi e Piazza Fontana: il
documento consente una ricostruzione precisa e forte del pensiero di Moro;
●
P2: il documento non consente
una attribuzione diretta, ma solo di rilevare una critica generale ai poteri
occulti, ai servizi deviati e agli intrecci opachi tra apparati e politica.
Conclusioni
Nel
testo allegato Aldo Moro:
●
esprime verso Andreotti un giudizio estremamente severo,
incentrato su cinismo politico, opacità e gestione spregiudicata del potere;
●
considera le stragi, e in particolare Piazza Fontana,
come parte di una strategia della tensione a matrice prevalentemente
nera, favorita da depistaggi, connivenze di apparati e possibili interferenze
esterne;
●
formula su Cossiga un giudizio critico ma non univocamente
demolitorio, riconoscendogli qualità personali ma imputandogli, nella crisi,
mancanza di autonomia e grave errore politico;
●
non tratta in modo esplicito la P2 e non nomina Gladio, sicché su questi due punti il testo non
consente di attribuirgli opinioni dirette nominative.
