Il Generale Ratko Mladic, comandante delle truppe serbo-bosniache durante la Guerra in Bosnia, è morto oggi all’età di 84 anni. Mladic stava scontando una condanna all’ergastolo in carcere, a L’Aia, dopo la sentenza emessa dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’ex-Jugoslavia ed era gravemente malato. Avevo visto lo stesso Ratko Mladic e Radovan Karadzic, in due occasioni, sfilare davanti alla Giustizia, nell’aula che stava determinando le loro sentenze, entrambe culminate con il carcere a vita per i gravi crimini commessi durante la guerra che dilaniò i Balcani dopo la fine della Guerra Fredda. Mladic, ritenuto responsabile di numerose effrazioni del diritto internazionale, aveva condotto il Genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Era la persona con il maggiore grado militare, ai vertici della Vrs, sottoposto solo a Karadzic, Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.
Raggiunsi la Serbia per la prima
volta all’inizio di giugno 2008. Quando attraversai il confine, mi trovai
subito oltrecortina. Le stesse frequenze del cellulare dipendevano da Telecom
Serbia, che a sua volta dipendeva, in termini di onde radio, dalla Russia, cioè
dall’ex-Kgb, in virtù dell’eredità derivante dall’appartenenza al blocco sovietico,
che era stata mantenuta anche dopo le ostilità che avevano diviso i vari Stati
dell’ex-Jugoslavia. Aprire il confine della Serbia era un passo importante. Trascorsi
alcuni giorni a Belgrado. Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. La gente
parlava di Karadzic e di Mladic, entrambi ricercati. Mi divenne chiaro come i
criminali di guerra, nei cui confronti erano stati emessi dei mandati di
cattura, si stessero rifugiando in Serbia. Preparai degli accurati reportages, riguardanti anche le patologie derivanti dai residui dell'uranio impoverito degli ordigni della Nato, utilizzati per colpire obiettivi strategici a Belgrado.
Intervistai un’alta rappresentante dell’Ambasciata Serba in Italia al mio
rientro. La Serbia voleva avvicinarsi all’Unione Europea. Karadzic fu arrestato
dopo poche settimane.
Tornai e ritornai così tante
volte in Serbia negli anni seguenti, sulle tracce di Ratko Mladic. In un’occasione,
ebbi l’opportunità di incontrare anche suo figlio Darko. Ero stato a Valjevo, per
parlare con i dirigenti di un’azienda accusata di finanziare la latitanza di
Ratko tramite la Impact d.o.o., piccola impresa di informatica che aveva sede a
Belgrado, in Blagoja Parovica 117A. Raggiunsi l’immobile. L’ufficio era al
piano terra. Gli altri due piani avevano destinazione residenziale. Si presentò
un ragazzo alto, magro. Gli chiesi se potevo incontrare Darko Mladic. Disse che
non c’era. Ripartì. Appresi dopo pochi giorni dalle fotografie visibili in
internet che Darko era proprio lui. D’altra parte, avevo trovato la residenza
della famiglia Mladic a Belgrado.
In un’altra occasione, d’inverno,
decisi di svolgere un appostamento presso la stessa casa. Avevo freddo. La
temperatura era sotto zero e i marciapiedi erano colmi di neve. Scattai molte
fotografie e registrai delle riprese con la telecamera. Rimasi lì, davanti allo
stabile, per un paio d’ore, fumando qualche sigaretta. Ebbi la fortuna, quel
giorno, di incontrare anche Bosiljka Mladic, moglie di Ratko. La signora Mladic
mi passò a fianco, uscita per qualche commissione. Poco dopo, un vecchio alla
guida di una Lada Niva color verde, mi sfiorò quasi con lo specchietto. Non riuscì
a vederne il viso, ma solo i capelli bianchi della nuca.
In seguito, riuscì persino a
fotografare Bosiljka, affacciata al balcone in una giornata estiva. Altre indagini
che condussi riguardarono i diversi nascondigli che Ratko aveva utilizzato a
Belgrado, posti in immobili popolari, in quartieri periferici della città, che
imparai a conoscere bene, come il resto della Serbia, spesso attraversata in
taxi o con gli autobus di Eurolines. Frequentai spesso l’Hotel Intercontinental
di Belgrado, dove era andato in scena l’attentato ad Arkan.
A Novi Sad, individuai l’abitazione di Goran Hadzic, ricercato allo stesso modo dalla giustizia internazionale, catturato, condannato a L’Aia e morto in detenzione.
Ebbi persino un diverbio
con i familiari di Hadzic, in cui intervennero il loro avvocato e la polizia. C’erano
delle taglie consistenti sulle teste di Mladic e Hadzic. Quest’ultimo era il Presidente
della Repubblica Serba di Krajina. In tribunale, all’Icty, si era mostrato particolarmente
polemico. Vukovar, in Croazia, era un ammasso di case distrutte dalla guerra.
Mi trovai sempre bene in Serbia. Siccome
sono di etnia bianca, la gente mi ha sempre accolto bene. La Serbia è uno Stato
di polizia: non c’è delinquenza particolare. I serbi sono probabilmente frutto
di una selezione della razza condotta nei secoli: alti, atletici, con i
lineamenti tipicamente europei, il che fa comprendere la loro intenzione di
entrare nell’Ue. Il nazionalismo, d’altra parte, è molto sentito. Mladic era
considerato un eroe nazionale. Le manifestazioni dei nazionalisti sono
frequenti. Filmai anche l’Ambasciata degli Stati Uniti, dove i nazionalisti
stessi avevano ucciso un americano durante alcuni scontri.
Ratko Mladic fu arrestato nel
2011 a Lazarevo e condotto in prigione a Belgrado, prima dell’estradizione in
Olanda. In Bosnia, altro Stato che conosco perfettamente, raggiunsi anche Han
Pijesak, quartier generale di Mladic durante il conflitto, obiettivo dei
missili della Nato nell’ambito dell’intervento occidentale, segnalato per la
presenza di uranio impoverito. La morte di Ratko Mladic rimanda alla memoria di
molti.
27.08.2026
Alessandro Ceresa












