Frammenti di Guerra – E’ morto Ratko Mladic

Il Generale Ratko Mladic, comandante delle truppe serbo-bosniache durante la Guerra in Bosnia, è morto oggi all’età di 84 anni. Mladic stava scontando una condanna all’ergastolo in carcere, a L’Aia, dopo la sentenza emessa dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’ex-Jugoslavia ed era gravemente malato. Avevo visto lo stesso Ratko Mladic e Radovan Karadzic, in due occasioni, sfilare davanti alla Giustizia, nell’aula che stava determinando le loro sentenze, entrambe culminate con il carcere a vita per i gravi crimini commessi durante la guerra che dilaniò i Balcani dopo la fine della Guerra Fredda. Mladic, ritenuto responsabile di numerose effrazioni del diritto internazionale, aveva condotto il Genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. Era la persona con il maggiore grado militare, ai vertici della Vrs, sottoposto solo a Karadzic, Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.


Mi ricordo bene di loro. Nello spazio destinato al pubblico, osservai i due imputati a 3 metri di distanza. Karadzic, vestito con giacca e cravatta, con fare signorile, rispondeva alle domande che gli venivano poste e guardava attentamente le evidenze forensi degli eccidi, che venivano replicate sullo schermo. In quell’occasione, ottenni il diritto di ripubblicare i Diari di Ratko Mladic, minuziosa testimonianza della guerra tenuta dallo stesso Generale, ritrovata nel corso di alcune perquisizioni che erano state disposte a Belgrado durante la sua latitanza (
https://alessandroceresa.blogspot.com/2023/07/the-diaries-of-ratko-mladic.html). Quando tornai a L’Aia, dopo il suo arresto, chiesi ancora di poter assistere al procedimento. Mladic era in piedi. Teneva il braccio destro lungo il fianco, per colpa di un ictus che lo aveva colpito di recente. Rispondeva alla Corte in modo ostile, recalcitrante. Ero stato in Serbia innumerevoli volte, per cercare informazioni che lo riguardassero, che poi io passavo ad un mio contatto presso l’Icty.

Raggiunsi la Serbia per la prima volta all’inizio di giugno 2008. Quando attraversai il confine, mi trovai subito oltrecortina. Le stesse frequenze del cellulare dipendevano da Telecom Serbia, che a sua volta dipendeva, in termini di onde radio, dalla Russia, cioè dall’ex-Kgb, in virtù dell’eredità derivante dall’appartenenza al blocco sovietico, che era stata mantenuta anche dopo le ostilità che avevano diviso i vari Stati dell’ex-Jugoslavia. Aprire il confine della Serbia era un passo importante. Trascorsi alcuni giorni a Belgrado. Fu come scoperchiare un vaso di Pandora. La gente parlava di Karadzic e di Mladic, entrambi ricercati. Mi divenne chiaro come i criminali di guerra, nei cui confronti erano stati emessi dei mandati di cattura, si stessero rifugiando in Serbia. Preparai degli accurati reportages, riguardanti anche le patologie derivanti dai residui dell'uranio impoverito degli ordigni della Nato, utilizzati per colpire obiettivi strategici a Belgrado. Intervistai un’alta rappresentante dell’Ambasciata Serba in Italia al mio rientro. La Serbia voleva avvicinarsi all’Unione Europea. Karadzic fu arrestato dopo poche settimane.



Tornai e ritornai così tante volte in Serbia negli anni seguenti, sulle tracce di Ratko Mladic. In un’occasione, ebbi l’opportunità di incontrare anche suo figlio Darko. Ero stato a Valjevo, per parlare con i dirigenti di un’azienda accusata di finanziare la latitanza di Ratko tramite la Impact d.o.o., piccola impresa di informatica che aveva sede a Belgrado, in Blagoja Parovica 117A. Raggiunsi l’immobile. L’ufficio era al piano terra. Gli altri due piani avevano destinazione residenziale. Si presentò un ragazzo alto, magro. Gli chiesi se potevo incontrare Darko Mladic. Disse che non c’era. Ripartì. Appresi dopo pochi giorni dalle fotografie visibili in internet che Darko era proprio lui. D’altra parte, avevo trovato la residenza della famiglia Mladic a Belgrado.



In un’altra occasione, d’inverno, decisi di svolgere un appostamento presso la stessa casa. Avevo freddo. La temperatura era sotto zero e i marciapiedi erano colmi di neve. Scattai molte fotografie e registrai delle riprese con la telecamera. Rimasi lì, davanti allo stabile, per un paio d’ore, fumando qualche sigaretta. Ebbi la fortuna, quel giorno, di incontrare anche Bosiljka Mladic, moglie di Ratko. La signora Mladic mi passò a fianco, uscita per qualche commissione. Poco dopo, un vecchio alla guida di una Lada Niva color verde, mi sfiorò quasi con lo specchietto. Non riuscì a vederne il viso, ma solo i capelli bianchi della nuca.



In seguito, riuscì persino a fotografare Bosiljka, affacciata al balcone in una giornata estiva. Altre indagini che condussi riguardarono i diversi nascondigli che Ratko aveva utilizzato a Belgrado, posti in immobili popolari, in quartieri periferici della città, che imparai a conoscere bene, come il resto della Serbia, spesso attraversata in taxi o con gli autobus di Eurolines. Frequentai spesso l’Hotel Intercontinental di Belgrado, dove era andato in scena l’attentato ad Arkan.








A Novi Sad, individuai l’abitazione di Goran Hadzic, ricercato allo stesso modo dalla giustizia internazionale, catturato, condannato a L’Aia e morto in detenzione. 



Ebbi persino un diverbio con i familiari di Hadzic, in cui intervennero il loro avvocato e la polizia. C’erano delle taglie consistenti sulle teste di Mladic e Hadzic. Quest’ultimo era il Presidente della Repubblica Serba di Krajina. In tribunale, all’Icty, si era mostrato particolarmente polemico. Vukovar, in Croazia, era un ammasso di case distrutte dalla guerra.

Mi trovai sempre bene in Serbia. Siccome sono di etnia bianca, la gente mi ha sempre accolto bene. La Serbia è uno Stato di polizia: non c’è delinquenza particolare. I serbi sono probabilmente frutto di una selezione della razza condotta nei secoli: alti, atletici, con i lineamenti tipicamente europei, il che fa comprendere la loro intenzione di entrare nell’Ue. Il nazionalismo, d’altra parte, è molto sentito. Mladic era considerato un eroe nazionale. Le manifestazioni dei nazionalisti sono frequenti. Filmai anche l’Ambasciata degli Stati Uniti, dove i nazionalisti stessi avevano ucciso un americano durante alcuni scontri.





Ratko Mladic fu arrestato nel 2011 a Lazarevo e condotto in prigione a Belgrado, prima dell’estradizione in Olanda. In Bosnia, altro Stato che conosco perfettamente, raggiunsi anche Han Pijesak, quartier generale di Mladic durante il conflitto, obiettivo dei missili della Nato nell’ambito dell’intervento occidentale, segnalato per la presenza di uranio impoverito. La morte di Ratko Mladic rimanda alla memoria di molti.





27.08.2026

Alessandro Ceresa