Tripoli, 29 agosto 2011 – Mi sveglio con calma, la mattina. L’albergo modesto che ho trovato non prevede colazione. Gli altri giornalisti occidentali sono alloggiati negli hotel di lusso. Io mi devo accontentare, come sempre, di sistemazioni modeste, ma i migliori al mondo sono qui: Cnn, Bbc,…
Ieri sera, la Nato ha bombardato
ancora la città. Verso mezzanotte, si sono sentite le esplosioni di missili che
hanno colpito obiettivi strategici. Sono riuscito ad arrivare dove volevo. Mi
lavo e mi vesto, con una tuta, senza maglietta. Lascio la barba incolta. Scendo
in strada. Vedo, a pochi metri di distanza, la sede dell’Ambasciata Italiana in
Libia, con i muri anneriti dall’incendio che hanno appiccato i libici. Bene,
sono solo, questa volta non c’è nessun occidentale nello scenario che sto
attraversando. Inizio a camminare nella zona.
Vedo, a un tratto, una ventina di
persone in fila, che aspettano di poter prendere qualche genere alimentare ad
una bottega, probabilmente del pane. Mi piace la scena: è tipica di una guerra.
Entro in un negozietto. Compro a poco prezzo sigarette, chewing-gums, patatine
ed energy drinks. Riporto tutto in camera ed esco di nuovo. Questa volta mi
dirigo verso ovest. Cammino nelle strade polverose. Ci sono pochi uomini in
giro. I proiettili dei kalashnikov sono sparsi sulla carreggiata e sul
marciapiede. Ne raccolgo uno. Ha la forma di una goccia. Lo metto in tasca. Rientro
in hotel. Ho ancora i bossoli di tutti i proiettili che ho raccolto il giorno
prima.
Esco ancora. Fermo una macchina e
dico all’autista di portarmi a Bab al-Aziziya, la fortezza di Gheddafi, che i
rivoluzionari hanno appena conquistato. Quando arriviamo al sito, riprendo i
muri di cinta, traforati dai proiettili, come i caseggiati a fianco. Mi faccio
lasciare dall’auto nei pressi dell’entrata. Qui, la Cnn ha appena mandato in
onda un servizio che testimoniava la caduta del compound. La corrispondente islamica,
nonostante elmetto e giubbotto antiproiettile, è rimasta al cancello di uscita dal
perimetro. Ci sono molte persone. Riprendo tutto, compresi i ragazzi che
trasportano un missile Tomahawk appoggiato su un carrello della spesa. Lo asportano,
perché probabilmente vogliono studiarne la tecnologia.
Entro dall’ingresso. Dopo aver
espugnato la base, i rivoluzionari libici hanno invaso la residenza di
Gheddafi. Ci sono persone a piedi, in auto e a bordo di blindati. Sento degli
spari e mi dirigo nella direzione da cui provengono. <<Gli spari sopra
sono per noi>>, diceva Vasco: ho sempre riportato in ogni scenario di
guerra tutti gli spari che ho rilevato. Non mi preoccupo di essere colpito. Sarebbe
sfortuna, solo sfortuna, e io sono sempre stato fortunato. Filmo tutto. Ho anche
la batteria di riserva per la telecamera. Giungo in un piazzale. I caseggiati
che lo delimitano sono anneriti dal fuoco. In uno di essi, un bidone continua a
bruciare.
I miliziani della Rivoluzione
sgommano sulla ghiaia, facendo ripartire i pick-up, sul retro dei quali sono montati
dei mitragliatori di grosso calibro. Arrivo nello spazio antistante uno dei
palazzi principali. È invaso dalla gente. I guerriglieri, armati, sparano in
alto, in segno di vittoria. Il clima è festoso. Ci sono centinaia di persone
che inneggiano alla libertà conquistata, assieme ai miliziani. Gheddafi è
scappato. Gli altoparlanti fanno sentire a tutti la canzone <<Libia,
Libia, Libia>>. Riprendo un ragazzo armato e poi gli chiedo di fare
cambio: gli passo la telecamera e prendo il suo mitragliatore. Sparo in alto e
lui mi filma. Chissà dove finiscono tutti questi proiettili.
Il popolo libico ha portato a
termine una grande Rivoluzione, condotta a colpi di kalashnikov, sull’onda
della Primavera Araba, che ha voluto cambiare, abbattere, i regimi di molti
dittatori e di molti establishment. Il popolo libico si è quindi ribellato a
Gheddafi, il dittatore che lo aveva oppresso per decenni. La gente ha affermato
la propria istanza di libertà. La Nato, e soprattutto la Francia e gli Stati Uniti,
hanno appoggiato la Rivoluzione, bombardando le truppe fedeli a Gheddafi. L’intervento
occidentale, d’altra parte, era motivato dallo storico supporto che il leader
libico aveva da sempre fornito al terrorismo. Homo hominis lupus: non gli hanno
dato scampo.
La propaganda italiana, in
seguito, avrebbe cercato di far passare Gheddafi come un proprio “amichetto”,
perché la Libia in anni recenti non è riuscita a trovare un equilibrio
istituzionale, è diventata un hub per il traffico di esseri umani dall’Africa
centrale ed è soprattutto diventata più difficile da avvicinare per l’estrazione
e l’acquisto delle grandi quantità di petrolio e di gas che sono contenute nei
suoi giacimenti. Il petrolio è, d’altronde, spesso, un “motore del divenire storico”,
in quanto da decenni motiva guerre e confronti armati. Ho visto peraltro con i
miei occhi le carceri della residenza di Bengasi, in cui lo stesso Gheddafi
teneva i dissidenti e posso testimoniare che la volontà di liberazione della
popolazione libica era chiaramente fondata. Il resto delle angherie e dei
crimini commessi dal regime è noto.
La volontà di affermare la
libertà contro le dittature è un altro grande motore del divenire storico. Il figlio
di Gheddafi è tuttora in carcere, in Libia. Su di lui pende un mandato di
arresto internazionale. Sono probabilmente il primo occidentale, o tra i primi,
ad entrare a Bab al-Aziziya. Seguo le persone all’interno dell’immobile, la cui
facciata è distrutta dai proiettili e dai missili. Nella prima stanza, un
Tomahawk pende dal soffitto, appeso con delle corde. Riprendo tutto, compreso
un giovane armato di kalashnikov che controlla la situazione. Salgo le scale. L’edificio
è stato distrutto dalle esplosioni. Passo in mezzo alla gente.
Al secondo piano, due giovani affacciati
al balcone scaricano una rivoltella davanti a me. Io ho sempre la telecamera in
funzione. I bossoli mi passano a fianco. I proiettili tagliano l’aria, finendo
in qualche punto della città. I guerriglieri continuano a sparare in alto. La gente,
numerosa, invade tutto il compound. Salgo al terzo piano. C’è una ampio
balcone. Guardo in basso. Vedo la tenda di Gheddafi, caduta, distrutta. I leader
libico, di origini beduine, era solito vivere all’interno di quel tendone, che
adesso, abbattuto, è simbolo della Rivoluzione, così come tutto il compound,
bombardato, incendiato, assaltato, conquistato. Mi dirigo verso un altro
fabbricato, che poteva essere sede di uffici dirigenziali. Le scale hanno un
tappeto rosso. I guerriglieri sparano ancora.
Un corridoio è interrotto da un’inferriata.
Un giovane apre la porta. Esploro le stanze. In una di esse, ci sono degli
schedari gettati sul pavimento. Penso che potessero essere i dossier personali
degli oppositori del regime. Un’altra stanza è arredata con dei mobili di
legno. Filmo la scrivania. Ci sono persone che asportano la mobilia. Riprendo anche
dei documenti e prelevo alcune penne. È l’istinto del saccheggio che pervade la
zona. Esco e mi inoltro verso un capannone, dentro il quale c’è un mezzo militare.
Passeggio nello spazio antistante. Qualcuno ha appiccato un incendio. Le fiamme
iniziano a divorare la vegetazione secca. Tripoli burning. È un altro simbolo
della Rivoluzione. Finisco il dv con le immagini di alcuni carrarmati,
distrutti e bruciati.
19.07.2026
Alessandro Ceresa




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